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Svizzera, stop ai "lumbard"

Quante volte abbiamo sentito dire che gli immigrati ci “rubano i posti di lavoro”. Stavolta, però, non sono i veneti a dirlo, ma gli svizzeri che sembrano stanchi degli immigrati lumbard-italiani che vengono da Como, Sondrio, Lecco.

Parole chiave: svizzera (3), immigrazione (69)
Manifesti per il referendum sull'immigrazione in Svizzera

“Dovrai passare per i miei campi” era un’espressione tipica dai nostri contadini. In questo modo, chi chiedeva aiuto e riceveva un rifiuto avvisava l’altro che, prima o poi, avrebbe avuto bisogno, a sua volta, di essere aiutato. Quante volte abbiamo sentito dire che gli immigrati ci “rubano i posti di lavoro”. Stavolta, però, non sono i veneti a dirlo, ma gli svizzeri che sembrano stanchi degli immigrati lumbard-italiani che vengono da Como, Sondrio, Lecco. Diversi politici elvetici, del partito di destra Udc (non c’entra nulla con il partito di Casini) e della Lega dei Ticinesi, affermano che “per colpa degli immigrati la nostra disoccupazione è aumentata, i treni sono sovraffollati, c’è troppa criminalità. Questa situazione non è più sostenibile. Basta con l’immigrazione di massa: bisogna reintrodurre le quote”. Parole già sentite in Italia?

“Un errore mettere quelle quote”, ha affermato Roberto Maroni, governatore della Lombardia ed ex segretario della Lega, in opposizione al referendum che domenica scorsa ha visto prevalere coloro che sono per la limitazione dei lavoratori transfrontalieri, di coloro che ogni giorno attraversano la frontiera con la Svizzera per andare a lavorare nel paese delle banche, degli orologi e della cioccolata con la  mucche viola.
Tuttavia, il giorno dopo, il segretario della Lega Nord Matteo Salvini dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Da una parte plaude alla scelta della Confederazione Elvetica in linea con i principi della Lega Nord, dall’altra esprime preoccupazione per i lavoratori, 56.000 lombardi e 5.000 piemontesi, che rischiano il loro posto di lavoro.
Ci sarebbe di che sorridere se non ci fosse da piangere.
Due reazioni
Alla voce del segretario della Lega Nord si è unita quella di Marie Le Pen del Fronte Nazionale, di Geert Wilders, leader dell’estrema destra olandese e l’inglese Nigel Farange, leader dell’Ukip. Tutti a gioire per il risultato del referendum che limita l’accesso agli emigranti, tutti auspicano di poterlo fare prossimamente nella propria nazione. Sono politici euroscettici - anche se qualcuno di loro prende lo stipendio come eurodeputato - che soffiano sul malessere provocato dalla crisi economica per trovare consensi. In questa situazione è possibile una deriva populista di estrema destra. Anche per questo è necessaria una seria politica sull’emigrazione che non oscilli tra la colpevolizzazione dell’immigrato e l’accoglienza senza regole.
L’Unione Europea ha avvertito la necessità di avvisare la Svizzera che valuterà le conseguenze della scelta popolare, dato che ha firmato nel 2002 l’adesione al trattato di Schengen sulla libera circolazione di merci e persone. La Svizzera non può recedere da un solo punto di quel trattato senza che scadano tutti gli accordi. Se lo farà, scadranno tutti gli altri 150 contratti fatti con l’Ue che prevedono agevolazioni su commercio, agricoltura, forniture a pubbliche amministrazioni, trasporti aerei e ferroviari e la ricerca scientifica.
Gli svizzeri sono egoisti?
Dobbiamo chiederci perché il popolo svizzero ha piantato questa grossa grana al suo governo e all’Europa intera. Infatti, non sono semplicemente stolti o di destra. Anche se la politica di destra ha spinto su forti leve emotive: nella campagna elettorale disegnava i frontalieri come topi che rubano il formaggio elvetico. Se è vero che la Svizzera ha avuto dei vantaggi economici dagli accordi con l’Ue, è anche vero che molti svizzeri hanno avuto degli svantaggi proprio a causa degli italiani. Non è un caso che le percentuali più alte a favore del referendum siano state quelle degli svizzeri del Canton Ticino. Succede che piccole aziende italiane vadano in Svizzera a lavorare a prezzi assai ridotti perché non sottostanno al regime fiscale italiano facendo così fallire l’artigiano locale che non riesce a competere. E’ ovvio che quell’artigiano ce l’abbia con gli italiani e che ne tenga conto quando va a votare.
Come sempre la verità è complessa e le colpe non stanno mai da una sola parte. Tutti i governi dovrebbero preoccuparsi dei loro cittadini che stanno male. Forse qualcosa lo potrebbero dire anche gli italiani, quando le fabbriche e il lavoro vanno all’estero pur restando dentro l’Ue.
C’è un particolare: quando il governo di Berna non difende i suoi cittadini, questi possono mandargli un segnale forte tramite un referendum che li obblighi a prendere posizione. Gli italiani no.

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