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“Tanto... non sarò bocciato”. Come motivare il ragazzo?

La sfida è trasformare una motivazione che viene da fuori, quindi dalla paura della sanzione, in una motivazione interiore che è sempre all’insegna della gioia e della soddisfazione. Lo scopo è che bambini e ragazzi sappiano fare e soprattutto vogliano fare, perché, se non educhi la loro volontà, non ti resta che costringerli. Meglio, poi, distinguere la motivazione ad apprendere dalla motivazione allo studio: la prima nei ragazzi c’è sempre, la seconda dipende da chi e come.

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“Tanto... non sarò bocciato”.  Come motivare il ragazzo?

In questo periodo riuscire a motivare i figli all’impegno scolastico, già conosciuta come una delle imprese più ardue per i genitori, rischia di essere una vera mission impossible. Perché, alla fine, la domanda su come motivare allo studio quando sai che non verrai bocciato è uscita.

Cos’è dunque la motiv-azione? Essa è, letteralmente, il motivo che spinge una persona all’azione. Che fare per averla? Come è necessario che un bambino abbia fame perché abbia voglia di mangiare (capito, nonni?), così è necessaria un’emozione di mancanza per mettersi in azione. La motivazione può essere estrinseca (obbligo di legge, volontà dei genitori, paura del brutto voto) o intrinseca (piacere di imparare cose nuove, di sentirsi competenti, di scoprire passioni che potranno avere un futuro).

La sfida è trasformare una motivazione che viene da fuori, quindi dalla paura della sanzione, in una motivazione interiore che è sempre all’insegna della gioia e della soddisfazione. Lo scopo è che bambini e ragazzi sappiano fare e soprattutto vogliano fare, perché, se non educhi la loro volontà, non ti resta che costringerli. Meglio, poi, distinguere la motivazione ad apprendere dalla motivazione allo studio: la prima nei ragazzi c’è sempre, la seconda dipende da chi e come.

Il chi è rappresentato dalla relazione col docente e, da mesi, anche col genitore-supplente. Si impara ben poco senza relazione positiva, quella in cui bambini e ragazzi percepiscono di stare a cuore all’adulto più dell’obiettivo prefissato.

L’educazione si fonda infatti sul piacere di stare assieme: tutti abbiamo apprezzato cose fuori dai nostri interessi arrivate da un insegnante indimenticabile e… viceversa. Se c’è passione e fiducia, l’adulto riesce a ispirare che un fine positivo per se stessi giustifica un mezzo impegnativo. La motivazione allo studio non dipende solo dalla relazione personale, ma anche dal come.

Serve innanzi tutto una sfida proporzionata alle potenzialità, perché se troppo bassa genera noia e se troppo alta produce umiliazione. Occorre poi approccio esperienziale ed emozionale per i più piccoli, mentre ai grandi far intravedere che stanno costruendo le competenze utili al loro futuro.

“Come ti vedi in futuro? Dove? Cosa ti piacerebbe essere e fare da grande? Guarda come possono esserti utili queste cose…”. Questo significa insegnare a progettare la propria vita e a dare l’importanza che merita alla realizzazione personale e professionale. Oggi serve dire non “studia” ma “studiamo”, non “devi imparare” ma “abbiamo bisogno di imparare”.

In fase uno e due proporzionalmente a età, capacità e motivazione, i genitori-supplenti stanno sgobbando non per fare i compiti dei figli, questo comunque accade quando sono eccessivi, ma certamente per star loro di fianco al posto degli insegnanti. La didattica a distanza ha infatti tolto il fondamentale contatto con maestri e professori, facendo dei nostri figli degli universitari non frequentanti anzi tempo, o studenti privatisti in lizza per il diploma.

Licei il cui blasone era la bocciatura, ora si rendono conto che via web possono essere più facilmente gabbati dagli adolescenti, se la didattica resta la stessa. Istituti secondari che non accettavano di far entrare in classe, almeno virtualmente, un ragazzo a casa per motivi di salute, hanno dovuto in fretta e furia diventare molto più… smart.

Allora si confondeva fermezza con rigidità e benevolenza con debolezza, mentre oggi la famiglia dimostra, anche ai più scettici, di saper accompagnare i figli là dove non è ancora stata.

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