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Uomini, ponti e religioni

“Oh Dio!”. L’invocazione ripetuta per quattro volte di Davide Di Giorgio, il giovane tecnico informatico che ha ripreso con il suo cellulare lo sbriciolarsi di uno dei piloni del ponte Morandi, è diventata uno dei simboli della tragedia di Genova. Quella spontanea invocazione rivolta a Dio non va né enfatizzata, né emarginata. Rappresenta plasticamente l’immagine dell’uomo contemporaneo, armato della sua protesi digitale anche nei momenti più drammatici, ma ancora una volta impotente di fronte alle tragedie che si consumano sotto i suoi occhi.

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Uomini, ponti e religioni

“Oh Dio!”. L’invocazione ripetuta per quattro volte di Davide Di Giorgio, il giovane tecnico informatico che ha ripreso con il suo cellulare lo sbriciolarsi di uno dei piloni del ponte Morandi, è diventata uno dei simboli della tragedia di Genova. Rimbalzato compulsivamente fin dalle prime ore su tutte le piattaforme mediatiche, il brevissimo video ha presto fatto il giro del mondo. Persino dal Brasile sono arrivate richieste di interviste. “Mi è uscito dal cuore e per fortuna non mi è uscito altro di bocca”, ha confessato in seguito all’Ansa il 29enne, quasi a voler stemperare il dramma. Del resto, quei pochi secondi di immagini e grida sono gli ingredienti fondamentali che servono per il gioco della comunicazione globale continua e per rendere “virale” un video: brevità, semplicità del messaggio e forte impatto emotivo. Eppure, quella spontanea invocazione rivolta a Dio non va né enfatizzata, né emarginata. Rappresenta plasticamente l’immagine dell’uomo contemporaneo, armato della sua protesi digitale anche nei momenti più drammatici, ma ancora una volta impotente di fronte alle tragedie che si consumano sotto i suoi occhi.

La vicenda del crollo del ponte Morandi ha suscitato nelle scorse settimane commenti di vario genere, a volte anche fuori luogo, soprattutto quando viene tirato in ballo il mistero di Dio nel groviglio delle responsabilità umane.

C’è stato chi ha riconosciuto la mano di Dio nell’opera dei soccorritori e anche degli piscologici intervenuti con un’apposita équipe per “ostacolare i processi psichici di sgretolamento, di frattura, di perdita, conseguenti al crollo del ponte, attraverso la costruzione di altri tipi di ponti, altri raccordi, altri legami”, come ha raccontato ai giornali la dottoressa Gabriella Biffa. Questa psicologa ha anche aggiunto un’osservazione per certi aspetti condivisibile: “Quando un ponte crolla, la responsabilità è comunque e sempre dell’uomo. E quando è l’uomo a creare dolore ad altri uomini viene meno la fiducia nei propri simili, viene meno anche la solidità delle proprie basi e allora nasce la paura. Questo angoscioso senso di precarietà, di incertezza per il futuro, di smarrimento è ciò che si sta diffondendo tra la gente e non solo a livello locale”.

Decisamente meno condivisibile appare invece la posizione di chi ha censurato la solidarietà umana come segno della presenza di Dio: “Chi afferma che, di fronte a una calamità, la presenza di Dio va cercata principalmente o esclusivamente nell’azione altruista dei soccorritori e nel desiderio di giustizia di chi investiga le responsabilità umane della catastrofe, è già un ateo anonimo, anche se si professa cristiano o comunque credente religioso”. L’autore di questo articolo, apparso su un giornale di area cattolica appena due giorni dopo la tragedia, ha aggiunto che “nell’incomprensibile del miracolo come in quello della disgrazia Dio si comunica direttamente a noi nella sua Alterità” e ha infine sentenziato che “non si può antropomorfizzare integralmente Dio senza alla fine perderlo”. Ora, a parte il fatto che andrebbe approfondito meglio cosa si intende per “direttamente”, il tono accusatorio di queste affermazioni non sembra giustificato, ma soprattutto non esprime in modo sereno una possibile “posizione cristiana” di fronte a una tragedia del genere. Anche perché il linguaggio della “presenza di Dio” non va utilizzato alla lettera, come se fosse una “presenza” che va cercata da una parte piuttosto che in un’altra. Né tantomeno si possono sbrigativamente utilizzare termini come “peccato” e “punizione” o evocare fantomatici “atti misteriosi di giustizia” da parte di Dio senza argomentazioni plausibili.

Più prosaicamente e meno enfaticamente, gli ingegneri che in queste settimane hanno preso le distanze dall’opera ispirata al “razionalismo costruttivo” di fine ‘800 del collega Morandi si sono trovati concordi nel mettere sotto accusa il “Dio del cemento”, cioè l’eccessivo entusiasmo per le potenzialità costruttive del calcestruzzo, unito a un’architettura avveniristica, ma poco sicura. E durante i funerali, cattolici e musulmani hanno pregato insieme perché i morti “se ne sono andati insieme ed è giusto che vengano salutati tutti insieme”. Il messaggio dell’Imam della comunità islamica di Genova, rivolto a “Colui che nella sua infinità misericordia ci ha insegnato il valore dei ponti” ha cercato di infondere nuova fiducia. La necessaria consapevolezza delle responsabilità degli uomini non va sbrigativamente interpretata come un affronto a Dio o una perdita del senso religioso. Interessante che siano stati dei musulmani a sottolinearlo. Quasi a ricordarci che Dio non ha bisogno delle nostre apologie a difesa del suo buon nome.                             

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