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Venezia: il tempo dell'indugio è finito

L'urgenza è quella di pensare presto a una soluzione. Che non significa solo finire il Mose e metterlo in esercizio. Per quanto la vicenda delle dighe mobili sia annosa e penosa, c'è da sperare che si possa giungere finalmente alla sua conclusione. Specialmente dopo gli eventi di questa settimana, istituzioni locali, nazionali e internazionali sono concordi nel dare un'accelerata all'iter verso il completamento delle dighe mobili.

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Venezia: il tempo dell'indugio è finito

In cinque giorni tre acque alte eccezionali: mai visto prima. Sempre in cinque giorni del 2019 tre acque alte superiori ai 140 centimetri, quando di eventi di questo tipo, dal 1936 all'ottobre scorso, se n'erano registrati 19. Altro record. 

Ma si può continuare: rispetto agli anni '90 i casi di marea superiore a 110 centimetri sono raddoppiati. Ancora: nel decennio 1990-2000, nei mesi estivi si verificavano mediamente 9 maree superiori a 80 centimetri, nel decennio successivo erano 17, dal 2010 ad oggi sono salite a 25. 

Poi ogni anno raggiungiamo nuovi record: il valore estivo più alto, la permanenza sopra i 120 centimetri più lunga della storia (il 29 ottobre 2018 a pari merito con il '66).

E, soprattutto, il livello medio del mare a Venezia ha raggiunto +35 centimetri rispetto allo zero di Punta della Salute Salute stabilito nel 1870.

E la tendenza è crescente e costante. Solo per azzardare: nel primo ventennio del XXI secolo la frequenza di alte maree eccezionali è più che raddoppiata (da circa 3 a circa 7) rispetto all'ultimo e al penultimo ventennio del XX secolo. Il che potrebbe significare che nel prossimo ventennio si potrebbe arrivare a circa 14 fenomeni del genere, quasi uno all’anno. E magari con livelli più alti.

Sono tutti dati che avvalorano un'ipotesi e confermano un'urgenza. L'ipotesi è che un mix di fattori, tra cui il cambiamento climatico globale, stanno esponendo Venezia e tutti i nostri litorali al rischio crescente di finire sott'acqua. 

L'urgenza è quella di pensare presto a una soluzione. Che non significa solo finire il Mose e metterlo in esercizio. Per quanto la vicenda delle dighe mobili sia annosa e penosa, c'è da sperare che si possa giungere finalmente alla sua conclusione. Specialmente dopo gli eventi di questa settimana, istituzioni locali, nazionali e internazionali sono concordi nel dare un'accelerata all'iter verso il completamento delle dighe mobili.

Il problema da affrontare subito è quello a medio-lungo termine: come ci difenderemo da maree e alluvioni nel 2050? O nel 2070? Specie se i trend meteo-climatici rimarranno questi? Cioè in costante e importante aumento del livello dei mari e della rilevanza degli eventi estremi e anomali?

C'è da progettare e prendere decisioni a tutti i livelli. Al livello planetario, certo, perché le scelte di fondo si fanno solo nella comunità mondiale. Ma anche a livello del singolo Stato e delle singole regioni. C'è fretta di analizzare, proporre e decidere. 

Anche per non cadere negli errori del passato: se per fare le paratoie mobili alle bocche di porto cinquant'anni non sono bastati, quanti ne serviranno per salvare Jesolo, Caorle, Cavallino-Treporti ed Eraclea?

Ci spronino, dunque, almeno un paio di considerazioni. La prima: intervenire e investire subito sarà comunque meno costoso che riparare danni che si può prevedere enormi e, a volte, perfino irreparabili.

La seconda: ricordiamoci che non possiamo considerarci gli ultimi fruitori della Casa comune, cioè dell'ambiente che ci ospita. Abbiamo il dovere, per gratitudine rispetto a chi ci ha preceduto e permesso di essere qua oggi, di tramandare ciò che abbiamo alle prossime generazioni. 

Il tempo dell'indugio è finito.

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