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Accoglienza profughi a Carbonera: "Ci sentiamo a casa"

In aumento le parrocchie che si stanno mobilitando per ospitare profughi provenienti dall'Ucraina, soprattutto donne e bambini. Ecco le loro voci

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Accoglienza profughi a Carbonera: "Ci sentiamo a casa"

“Ci sentiamo a casa”. Olga, arrivata in Italia assieme alla vivace figlia, esprime un sentimento di forte gratitudine al parroco di Carbonera, don Luca Vialetto, e a tutta la comunità parrocchiale. La vecchia canonica, solo da qualche settimana non più abitata dai sacerdoti, è subito sembrata un luogo adatto per accogliere i profughi ucraini, come ci spiega don Luca: “L’ambiente è grande, pronto a essere abitato. La comunità è stata coinvolta e si sta dando molto da fare. C’erano le condizioni giuste, abbiamo contattato la Caritas diocesana”. Così, sono arrivate cinque persone, tutte dalla zona di Kiev: due mamme (Olga e Viktoria), con i rispettivi bambini (Slata e Igor), e una signora più anziana, Raissa. Quando entriamo nella vecchia canonica, il piccolo nucleo sta finendo di fare colazione. Ma subito suona il campanello, si affacciano alcune parrocchiane, dei volontari.

Per parlare con Olga, che ci racconta della loro situazione anche a nome delle altre, utilizziamo il traduttore simultaneo dello smartphone. L’italiano è ancora una lingua sconosciuta, al di là di qualche semplice parola. “Voglio dire grazie a tutti, a don Luca, a don Giovanni Lemesin, ai volontari. Sono tutti molto premurosi con noi e soprattutto con i due bambini, di 8 e 9 anni. L’accoglienza è stata molto buona”. La bambina sta frequentando le lezioni in dad, collegata con il suo Paese, “ma non è semplice, spesso gli insegnanti devono raggiungere i rifugi”.

Alla gratitudine e alla ritrovata serenità, si mescolano la preoccupazione per i propri mariti e le persone conosciute rimaste in Ucraina. E la tristezza per la guerra che investe la propria patria. “Abbiamo lasciato là i nostri mariti e i nostri fratelli, a difendere l’Ucraina. Tutto quello che possiamo fare è pregare, e sentirli al telefono”. Le facciamo notare che le truppe russe si sono ritirate dalla zona di Kiev: “Pensiamo solo che stiano cambiando posizione, e ci prepariamo per quello che verrà dopo. Guardiamo con preoccupazione a quello che può arrivare dalla Bielorussia e alle prossime mosse. Non crediamo ai russi, non ci fidiamo di loro. Ora attaccheranno in altri territori, stanno aspettando rinforzi. Ma confidiamo nella nostra vittoria”.

Il parroco è contento di come stanno andando avanti le cose: “Molti parrocchiani stanno facendo la loro parte, a partire dalla Caritas della Collaborazione pastorale, aiutano per esempio per le pratiche burocratiche. Soprattutto, stiamo cercando di creare comunità e prossimità, anche in previsione di tempi medio-lunghi. Dopo i primi giorni, chiaramente alcune fatiche si fanno sentire. Ma mano, emergono esigenze, anche solo tecniche e burocratiche, e poi mediche, scolastiche, di accompagnamento psicologico, di mediazione culturale. Vorremmo iniziare a elaborare un progetto organico di accoglienza”.

“Come Caritas siamo vicini - ci spiega Giorgio Trevisan, referente dell’organismo della Collaborazione -, e al tempo stesso non vogliamo essere opprimenti, troppo invasivi. Hanno anche diritto alla loro privacy, ai loro tempi”.

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