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Monastier: i viaggi di Michele

L'originale blog ideato da un giovane con disabilità; la malattia degenerativa non frena le idee e la voglia di vivere di Celebrin. Ecco il suo racconto

Monastier: i viaggi di Michele

Nel suo blog di viaggi, “sognato e cullato” durante i lunghi mesi di restrizioni da pandemia, ci sarà un’attenzione particolare per l’uso delle parole, ci saranno tante immagini di viaggi, itinerari, accessibili con testimonianze dirette e soprattutto una buona dose di gentilezza e positività. Quella che Michele esprime con la sua solarità, il desiderio di viaggiare e mordere la vita.

Michele Celebrin è un 35enne di Monastier di Treviso che ha dovuto fare i conti precocemente con una malattia degenerativa, la distrofia muscolare di Becker, quando era ancora piccolissimo, a soli 4 anni di età. “La patologia mi fu diagnostica nel 1989 - racconta il giovane, che oggi si muove prevalentemente con l’utilizzo di una carrozzina e un ruotino elettrico -, a quel tempo si sapeva pochissimo di questa malattia, gli studi erano all’inizio. Per i miei genitori fu traumatico, mia mamma fra l’altro era in attesa di mio fratello, naturale che la paura fosse tanta. Ma decisero di non nascondermi il problema e fui coinvolto, in base alla mia sensibilità di bambino, in quello che la malattia avrebbe comportato. Per esempio, ho sempre fatto fisioterapia e praticato vari tipi di sport, ma sempre con l’attenzione a non forzare troppo il mio fisico, per preservarlo al meglio possibile”.

Alle scuole elementari Michele era un bambino come tutti gli altri, “camminavo e correvo normalmente. Poi alle medie faticavo un po’ a fare le scale o a sollevare dei pesi; alle scuole superiori cominciavo ad avere qualche cedimento, ma ho comunque frequentato i cinque anni di Istituto tecnico tessile, al Fermi di Treviso, prendendo tutti i giorni i mezzi pubblici: corriera da Monastier a Treviso, e poi autobus fino a San Pelajo, andata e ritorno. I miei lo fecero per scelta, volevano rendermi il più autonomo possibile, aspetto che ho molto condiviso”.

Il decorso della malattia ha avuto alti e bassi, le difficoltà non sono mancate (e continuano a palesarsi), ma Michele ha cercato di affrontarle una a una, superando le sue paure. “La famiglia è stata fondamentale, lo rimane tuttora, però ci ho messo anch’io la mia parte e dose di impegno”.

Dopo il diploma, nel giro di pochi mesi Michele ha trovato lavoro nell’ufficio tecnico di un’azienda trevigiana di domotica, poi è passato in un’altra grande realtà, a breve cambierà lavoro, per mettersi nuovamente in gioco. “I miei risparmi li ho praticamente investiti nei tanti viaggi che faccio da anni: Olanda, Stati Uniti, Spagna, Svizzera, Fuerteventura, Estonia, Ungheria, Slovenia e molte altre destinazioni. Mi sono fermato, come tutti, durante il lockdown del 2020. Ma è lì che ho iniziato a pensare che cosa avrei potuto fare per valorizzare le tante esperienze che ho avuto la fortuna di praticare. Per prima cosa, mi sono messo a studiare: inglese e web marketing, attraverso corsi online. Nel frattempo, avevo iniziato a gestire i canali social di due associazioni di vela, che frequento, sul Lago di Garda e a Duino”.

E’ stato un percorso lungo, che ha avuto una gestazione di alcuni mesi, ma ora Michele - che gli amici chiamano con il diminutivo “Cele” - è quasi pronto a lanciare il suo blog personale online. Una sezione sarà dedicata ai racconti dei viaggi a lungo raggio che ha intrapreso, “non viaggio mai da solo, amo la relazione e il contatto umano”; una agli sport praticati (ci sono la vela, lo sci, il tennis, il surf disteso); infine, la sezione principale saranno i percorsi ciclabili. “All’inizio mi concentrerò soprattutto sulla scoperta delle ciclabili della nostra bellissima provincia e del Veneto - racconta Michele - rivolgendomi a chi, come me, ha una disabilità congenita, a persone incidentate, che deambulano in carrozzina, ma anche alle famiglie, che magari hanno bimbi in passeggino (insomma, a tutte le ruote). Se c’è qualcosa che non va, lo segnalerò privatamente alle Amministrazioni comunali, in modo costruttivo, affinché intervengano. Il motto che ho scelto per rappresentarmi è «Si può fare», a significare che, se vuoi una cosa, ti devi buttare, ci devi provare. Nel mio caso, tutto cominciò circa una decina di anni fa, quando mi iscrissi a un campus estivo multisport in Piemonte, rivolto a giovani con disabilità: partii da solo, in macchina, senza conoscere nessuno; fu un’esperienza bellissima, che mi aprì un mondo. Da allora ho capito che ai problemi pratici c’è sempre una soluzione, basta cercarla; per esempio, quando sono in giro, mi capita spesso di dover chiedere aiuto ai passanti per montare o caricare carrozzina e ruotino elettrico in macchina. Gli aspetti più complicati sono altri, come per tutti, di natura emotiva e relazionale”.

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