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Olmi e Cavrié: missione tra i profughi

Il racconto di don Edy Savietto di ritorno dal viaggio in Bosnia per portare aiuti umanitari:“Scosso da quello che ho visto, soprattutto dagli occhi di tanti ragazzi incontrati... Senza parole per ciò che stanno subendo”

Olmi e Cavrié: missione tra i profughi

“Non aver paura, non sono cattivo. Ho solo fame e freddo”. Le parole con cui un giovane profugo del Bangladesh si rivolge ai volontari italiani arrivati nei gelidi boschi della Bosnia, a portare beni di conforto - vestiti caldi e cibo - risuonano fragorose nella testa e nel cuore di don Edy Savietto, parroco di Olmi e Cavrié di San Biagio di Callalta. C’era anche lui con i 18 volontari trevigiani e vicentini che qualche giorno fa hanno raggiunto Croazia e Bosnia, con una carovana della solidarietà: 3 camion bilico, 2 roulotte e 2 pulmini, stracarichi di alimenti a media e lunga conservazione, coperte e vestiti invernali, scarpe pesanti, prodotti per l’igiene personale, pannolini e cibo per la prima infanzia.

La carovana, guidata dall’associazione vicentina di volontariato Energia & Sorrisi, alla quale si sono unite le parrocchie trevigiane di Olmi e Cavrié, è partita dall’Italia venerdì 12 febbraio, ed è rientrata il 15 febbraio. L’obiettivo era raggiungere le popolazioni croate di Glina e Petrinja, colpite nei mesi scorsi dal terremoto, per poi dirigersi verso i monti della Bosnia-Erzegovina, per aiutare i migranti bloccati in condizioni disumane lungo la rotta balcanica.

“Sono tanto scosso da quello che ho visto, soprattutto dagli occhi di tanti ragazzi incontrati... Senza parole per ciò che stanno subendo”, dice don Edy. Il viaggio umanitario è durato solo quattro giorni, ma è stato sufficiente per toccare con mano le grandi sofferenze che moltissime persone stanno vivendo a poche centinaia di chilometri da casa nostra. Il parroco è sicuro che questo è solo il primo passo per portare ancora sostegno e aiuto a quelle popolazioni sofferenti.

“In cinque giorni in cui abbiamo lanciato il nostro appello per una raccolta straordinaria attraverso le parrocchie di Olmi e Cavrié, gruppi e associazioni - racconta don Edy -, abbiamo registrato una solidarietà straordinaria. Siamo stati molto aiutati anche dalle comunità di Lancenigo e Catena, che hanno collaborato con noi. Oltre ai beni di prima necessità, abbiamo già raccolto 11mila euro attraverso le donazioni sul conto corrente bancario (intestato alla Parrocchia di Olmi San Floriano, IBAN IT09K0835662020000000189014 - causale: Emergenza Balcani), che ora distribuiremo ad associazioni di volontariato che operano in quei luoghi”.

La Caritas più volte ha fatto appello affinché le donazioni siano in denaro; in questo caso ha funzionato la raccolta dei materiali, “poiché l’associazione Energia & Sorrisi ha dei riferimenti diretti, e quindi ci ha permesso di andare a colpo sicuro”. La carovana è partita con la benedizione del vescovo Michele, della Caritas diocesana e le preghiere di tanti fedeli.

Fra i terremotati croati

“A Petrinja siamo stati accolti da padre Dragan, francescano minore, parroco nell’area croata colpita dal terremoto a fine dicembre 2020. Egli, accogliente, instancabile, energico e propositivo come la Chiesa di papa Francesco sa essere, ci ha portati a vedere cosa un terremoto provoca nel tessuto di una comunità... Quando crolla una casa, non crollano solo un tetto e quattro mura, bensì il senso stesso di sicurezza e l’idea di società, con il rischio del collasso totale”. Per le opere di ricostruzione bisognerà attendere l’arrivo della primavera e del bel tempo, ma intanto padre Dragan ha ringraziato di cuore, perché in queste settimane ha visto “il mondo muoversi verso di loro e una coesione nella comunità che non coglieva da anni”.

Un altro segno di speranza don Edy lo ha letto nei tifosi del Rijeka Calcio, che hanno atteso i volontari italiani al confine fra Slovenia e Croazia. “Assieme a Sandra, nostra interprete dal cuore acceso, ci hanno scortato fino alle località di Petrinja e Glina, dove hanno messo insieme una rete solidale tra tifoserie calcistiche”.

In Bosnia, dopo 25 ore di dogana

Raggiungere i migranti sulla rotta balcanica, in mezzo ai monti di Bihac, è stata un’odissea. “Dopo un’attesa estenuante di 25 ore alla dogana fra Croazia e Bosnia, finalmente siamo riusciti ad attraversare il confine dopo aver scaricato a mano tutti i materiali di uno dei nostri bilici in un autoarticolato bosniaco, con il quale abbiamo potuto raggiungere l’ultima tappa del nostro viaggio. Lì tra i boschi gelidi, a 10 gradi sotto zero, in accampamenti di fortuna e condizioni disumane, cerchioni di ruote di camion trasformati in stufe per scaldare un po’ d’acqua per lavarsi, abbiamo incontrato molti giovani tra i 17 e 25 anni provenienti da Bangladesh, Pakistan, Afghanistan. Ci hanno salutato dicendoci in inglese «Good luck», buona fortuna. La maggior parte di loro porta i segni delle botte prese dalla polizia per il solo fatto di cercare una via d’uscita dall’inferno in cui sono caduti... «Good luck» all’Europa tutta, che seppellisce al di là dei confini per non vedere, non sentire, non toccare, non farsi carico. «Good luck» per chi il cuore lo ha reso insensibile, indifferente e cattivo, da non riuscire più a riconoscere degli esseri umani in questi corpi che cercano come tutti noi un po’ di felicità, possibilità di studiare, di trovare un’occupazione, creare una famiglia, avere una casa senza che ti cadano le bombe sulla testa. «Good luck» Europa, «Good luck Italia», da che parte ti metterai?”.

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