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Stefanel, il lento declino

Il parroco don Gian Paolo Banoracconta: “Sono stato parroco di Levada dal 1991 al 2000, quando l’azienda era in auge, praticamente un’istituzione. Tornato a Ponte di Piave solo sei anni fa, ho trovato una realtà completamente diversa: molto lavoro portato all’estero, un residuo di presenze qui in sede. Eccetto qualcuno che si lamentava di aver perso il lavoro, nessuno ne parlava più".

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Stefanel, il lento declino

Cronaca di un lento declino e di una conclusione (abbastanza) annunciata. I media in queste settimane hanno dato ampio spazio all’ennesima crisi di Stefanel, storica azienda di abbigliamento con quartier generale a Ponte di Piave. Mentre scriviamo, non sappiamo ancora come saranno gli esiti del tavolo di crisi, convocato a Roma al Ministero dello Sviluppo Economico per venerdì mattina primo febbraio, per discutere della situazione produttiva e occupazionale dell’azienda.
Dopo il boom degli anni Ottanta e Novanta, con il brand che apriva negozi monomarca in Italia e in giro per il mondo, negli ultimi vent’anni l’azienda ha attraverso numerose crisi e altrettanti salvataggi.
L’ultima doccia fredda, in ordine di tempo, risale all’assemblea del 15 gennaio scorso della Spa, dove si era “preso atto della situazione patrimoniale della Società al 30 settembre 2018, dalla quale emerge una perdita complessiva di euro 20,9 milioni e un patrimonio netto di euro 7,5”. Su proposta del Consiglio di amministrazione, si è deliberato di “rinviare ogni decisione in merito alla situazione patrimoniale della Società all’esito del processo di riorganizzazione aziendale in corso”. L’azienda ha quindi chiesto al Tribunale di Treviso di essere ammessa al concordato preventivo, che le è stato concesso per 120 giorni (con conteggio da metà dicembre), un tempo necessario per proteggere l’azienda e il suo patrimonio, preparare una proposta per i creditori, accelerando al contempo una trasformazione industriale già avviata. Allo scadere del tempo fissato, l’impresa dovrà o presentare il piano di concordato definitivo, oppure depositare una domanda per un accordo di ristrutturazione dei debiti.
Nel frattempo, ai sindacati che assistono i suoi dipendenti, Stefanel ha dichiarato “l’intenzione di chiedere una cassa integrazione a rotazione, per un anno,” per 244 persone (su 253 dipendenti, di cui 89 lavorano nella sede centrale di Ponte di Piave). La cassa integrazione riguarderà sia i dipendenti di Ponte di Piave sia il personale nei negozi di tutta Italia. La decisione è stata presa nella speranza di ridurre il numero complessivo degli esuberi al termine del processo di riorganizzazione societaria.
Fondata nel 1959 da Carlo Stefanel con il nome di “Maglificio Piave”, denominazione che mantenne fino al 1980, da dicembre 2018 l’azienda Stefanel di Ponte di Piave è controllata per il 71% dalla società di investimento Trinity Investments Designated Activity Company.  Attuale presidente e amministratore delegato è Giuseppe Stefanel, figlio del fondatore Carlo, che detiene il 16,40% delle quote del gruppo. Nel 1980 aprì a Siena il primo negozio monomarca, due anni dopo aprì un punto vendita a Parigi e nel 1987 Stefanel Spa si quotò in Borsa. Ebbe grande successo negli anni Ottanta; poi ci fu la fase della delocalizzazione produttiva all’estero, ma la crisi più dura iniziò nel 2009, con vendite e fatturato in continua diminuzione a causa del generale calo dei consumi e della concorrenza del cosiddetto “fast fashion”, prima, e del boom dell’e-commerce in tempi più recenti.
Inoltre, Stefanel soffrirebbe anche per i suoi negozi – 400, sparsi in tutto il mondo, per la metà di proprietà, altri in franchising –  di grandi dimensioni, su strade molto trafficate e con costi elevati.
A Ponte di Piave la notizia di questa nuova crisi è stata accolta con delusione - Stefanel per anni fu l’azienda di riferimento della zona - mista a rassegnazione. Sono infatti passati gli anni d’oro in cui tantissimi lavorano lì dentro, specie abitanti di Levada (frazione di origine della famiglia del fondatore). Sentimento che confermano anche il parroco di Levada e Negrisia, don Gianni Biasi, e don Gian Paolo Bano, parroco di Ponte di Piave. Quest’ultimo, in particolare, racconta: “Sono stato parroco di Levada dal 1991 al 2000, quando l’azienda era in auge, praticamente un’istituzione. Tornato a Ponte di Piave solo sei anni fa, ho trovato una realtà completamente diversa: molto lavoro portato all’estero, un residuo di presenze qui in sede. Eccetto qualcuno che si lamentava di aver perso il lavoro, nessuno ne parlava più. L’impressione era quella di una realtà un po’ spenta”.

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