Montebellunese
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Il futuro del Piave e il progetto di Ciano: comunque, dopo decenni, è l'ora di decidere

Di nuovo, in questi giorni, si sono innescate le polemiche su dove collocare le casse di laminazione che, ricevendo l’acqua del fiume in piena, la dovrebbero rilasciare a crisi passata. Non rinunciamo a porci alcune domande. E’ ancora il momento delle parole o quello delle opere? Se nei prossimi anni conteremo dei morti e delle distruzioni a chi daremo la responsabilità? Cinquanta e più anni è un tempo congruo per decidere? La storia della cassa di colmata sul Piave è simile a quella del Mose: scegliere su questi temi non è mai popolare e le maledizioni dei contemporanei fanno molto più male di quelle dei posteri.

Parole chiave: casse di espansione (1), piave (55), ciano (6), ambiente (112), piene (6), prevenzione (58)
Il futuro del Piave e il progetto di Ciano: comunque, dopo decenni, è l'ora di decidere

Se accadesse domani sarebbe peggio del 1966, il Piave si porterebbe via tutto: vigneti, case, fabbriche e forse paesi interi nella parte meridionale, laddove il suo corso si restringe, proprio sotto Salgareda, a duecento metri dalla casa di Goffredo Parise.

Abbandonate le “grave”, il corso si fa tortuoso e gli argini sempre più alti per poi imboccare la zona del Sandonatese, in cui la portata scende a duemila metri cubi al secondo.

Di nuovo, in questi giorni, si sono innescate le polemiche su dove collocare le casse di laminazione che, ricevendo l’acqua del fiume in piena, la dovrebbero rilasciare a crisi passata. I nomi sono sempre quelli: la diga di Falzè, le grave di Ciano del Montello, Ponte di Piave. Poco importa che dalla commissione De Marchi del 1967 - dove si era in qualche modo raggiunta l’unica certezza che oggi abbiamo, ovvero che per fermare il fume sacro alla patria, quando diventa demone incontenibile, bisogna dargli spazio, consentirgli di versare acqua in qualche forma di invaso o di catino di espansione - siano passati più di cinquant’anni.

Si sono succeduti ingegneri, politici, sindaci, governatori della Regione Veneto, ma nessuno ha fatto qualcosa. Parlando con ciascuno, ti trovi di fronte a giustificazioni ineccepibili, ma se in uno dei prossimi mesi, o anni, il Piave venisse ingrossato da un evento straordinario che ciclicamente si verifica ogni cinquant’anni, non ci sarebbe nulla da fare e purtroppo non si eviterebbero morti e distruzione.

Non si contano i convegni organizzati sul tema, gli impegni presi da diversi assessori, i fondi arrivati dall’Europa per riparare i danni delle alluvioni, i commissari straordinari, eppure nulla è cambiato. Il blocco della costruzione di nuove dighe dopo la tragedia del Vajont, la drastica riduzione degli interventi di manutenzione delle opere esistenti e degli alvei dei corsi d’acqua e l’incremento dei coefficienti di deflusso per gli interventi realizzati sul territorio hanno lasciato, nella migliore delle ipotesi, la pericolosità del Piave immutata, se non l’hanno addirittura incrementata. Eppure, le indicazioni della commissione De Marchi sono diventate legge nel 1989.

Qualche anno fa si discuteva della diga di Falzè, proposta dallo storico ingegner Luigi D’Alpaos, oggi è di attualità la gigantesca vasca di laminazione delle grave del Piave, a Ciano del Montello. Ancora una volta, sindaci e comitati di tutela vanno contro la Regione Veneto o contro l’Autorità di bacino del Veneto orientale.

Tentiamo, nel numero della Vita del popolo del 22 dicembre, di dare conto dei termini del dibattito, ma non rinunciamo a porci alcune domande. E’ ancora il momento delle parole o quello delle opere? Se nei prossimi anni conteremo dei morti e delle distruzioni a chi daremo la responsabilità? Cinquanta e più anni è un tempo congruo per decidere? La storia della cassa di colmata sul Piave è simile a quella del Mose: scegliere su questi temi non è mai popolare e le maledizioni dei contemporanei fanno molto più male di quelle dei posteri.

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