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Il primario Agostini: "Chiuso il centro Covid a Montebelluna, ma la convivenza con il virus sarà lunga"

“Il volto del medico o del sanitario si intravede appena attraverso questa tuta. Eppure l’ultimo paziente che abbiamo dimesso mi ha detto che queste figure, quasi lunari, che si sono alternate attorno a lui, lo hanno fatto sentire in famiglia. Me lo ha detto tra le lacrime, mentre dopo due mesi di ricovero andava a riabbracciare i suoi parenti”, dice Moreno Agostini.

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Il primario Agostini: "Chiuso il centro Covid a Montebelluna, ma la convivenza con il virus sarà lunga"

Da quasi due mesi il dottor Moreno Agostini, primario della Anestesia e rianimazione del San Valentino di Montebelluna, ogni mattina indossa una specie di scafandro da palombaro e affronta con i suoi medici, infermieri e oss il Covid 19. “Il volto del medico o del sanitario si intravede appena attraverso questa tuta. Eppure l’ultimo paziente che abbiamo dimesso mi ha detto che queste figure, quasi lunari, che si sono alternate attorno a lui, lo hanno fatto sentire in famiglia. Me lo ha detto tra le lacrime, mentre dopo due mesi di ricovero andava a riabbracciare i suoi parenti”.

Montebelluna nei piani iniziali non doveva essere un ospedale Covid, invece l’emergenza, tre pazienti che si erano aggravati ai primi di marzo, proprio a Montebelluna, ha fatto decidere al dottor Paolo Rosi, direttore della centrale operativa del Suem 118 di Treviso, che coordina le terapie intensive, di attivarlo per il Covid.

“L’8 marzo noi primari veneti di Anestesia e Rianimazione ci siamo ritrovati a Padova. Abbiamo contato i posti di terapia intensiva disponibili e attivato un sistema per sapere in tempo reale, sempre, quali erano quelli occupati. Pochi giorni dopo, è stato chiaro che la situazione era molto seria, così a Montebelluna abbiamo ridotto l’attività programmata e aumentato i posti letto in terapia intensiva”. In poche ore costruita una paretina nel blocco operatorio e definiti i percorsi “sporco/pulito” per la rianimazione e per il blocco operatorio. “Nella sostanza un percorso circolare in cui l’operatore una volta entrato non ritorna mai indietro. Svolge le sue funzioni e al momento di uscire, dopo essersi completamente decontaminato, entra nel percorso pulito e di là poi esce dal reparto”.

Prima che i pazienti Covid cominciassero ad arrivare in reparto si sono predisposti algoritmi, protocolli precisi, non solo per Terapia intensiva, ma anche per Pneumologia e Medicina, linee guida per tutti i reparti coinvolti per la cura al Covid. “In collaborazione abbiamo deciso di valutare prima del ricovero la frequenza respiratoria e di saturazione, definito la gestione del casco respiratorio, i casi in cui chiamare il rianimatore e altre procedure dedicate. Abbiamo messo in piedi un corso di formazione su questo coinvolgendo 180 sanitari a Montebelluna e 130 a Castelfranco”. Anche al San Giacomo di Castelfranco un piano è stato riservato al Covid, qui sono stati gestiti pazienti la cui respirazione poteva essere sostenuta con il casco respiratorio, nel caso fosse stata necessaria la terapia intensiva sarebbero stati trasferiti a Montebelluna.

“I primi pazienti arrivati in poco tempo erano tutti molto problematici, tanto che sei finiscono subito in rianimazione. Ci siamo resi conto che non rispondevano come avrebbero dovuto alla terapia: le infezioni polmonari sono molto estese. Abbiamo utilizzato tutte le terapie antivirali, i potenti antinfiammatori delle terapie dell’artrite reumatoide, tenuto i pazienti per otto ore supini e per dodici proni, operazioni molto complesse e anche dal punto di vista psicologico e infermieri e medici sono sotto pressione”. Agostini qualche momento duro lo ha dovuto affrontare, qualche operatore era sconfortato, vista la mancata risposta alle cure. “Le morti sono sempre difficili da elaborare. Il virus è molto aggressivo, a volte non ci ha dato speranza e, di fronte a un arresto cardiaco, non siamo proprio riusciti a recuperare il paziente”.

La ricetta vincente è stato il lavoro di squadra, un gruppo deciso a ottenere il risultato. “Metterei dentro non solo medici e sanitari, ma anche tecnici e amministrativi. Senza ritardi, da una nuova parete agli strumenti tecnici, tutto ci è stato fornito appena richiesto. Abbiamo recuperato tutta la letteratura scientifica disponibile, sia dei colleghi italiani, ma anche dall’estero e, in particolare, dai cinesi. Abbiamo monitorato i risultati delle cure, i dati immunitari dei pazienti. Era facile demoralizzarsi, i pazienti Covid migliorano molto lentamente, ci vogliono due o tre settimane perché reagiscano alle cure. Inoltre quasi subito abbiamo avuto tre medici rianimatori positivi e i turni sono diventati massacranti”.

Il primario sottolinea il clima che si è creato, gli operatori sono stati fin da subito disponibili e chi non aveva mai lavorato in Rianimazione ha messo il massimo impegno per imparare. “Restiamo segnati da questa esperienza, direi anche in maniera positiva, ci portiamo dietro i risultati del nostro impegno, dell’unità che abbiamo costruito, ci siamo resi conto che impegno e voglia di fare ci hanno permesso di gestire l’emergenza. Ora siamo certo più preparati, i percorsi in caso del riacutizzarsi dell’epidemia sono già pronti”.

Fondamentale è stato mantenere i rapporti con i parenti dei pazienti, sia con le telefonate dei medici e poi, non appena si riprendeva, anche se intubato, il paziente stesso usava il cellulare e gli veniva fornito un tablet per poter “vedere” i congiunti. “Ci siamo inventati anche un servizio di riabilitazione dedicato specificamente a coloro che uscivano dalla terapia intensiva. Abbiamo capito che il paziente dopo la malattia non era neppure in grado di alzarsi o di sollevare le braccia: i muscoli sono fortemente debilitati. Così, sempre in collaborazione con la Direzione generale, abbiamo trasformato uno spazio dedicato al day surgery in una riabilitazione specializzata, abbiamo utilizzato i fisioterapisti, che già ci aiutavano per gestire i malati in terapia intensiva, qualche infermiere e dei liberi professionisti collaboratori dell’Ulss per mettere in piedi un percorso riabilitativo; non avevamo esperienza di questo tipo, ma devo dire che il lavoro è stato utilissimo e ha permesso ai pazienti di recuperare più rapidamente l’autonomia”. 

Agostini sottolinea che non sarà più come prima, dobbiamo in qualche modo ricondizionarci, rispettando le nuove regole. “Da mercoledì 22 aprile a Montebelluna non siamo più reparto Covid e stiamo per chiudere anche la riabilitazione dedicata. Resta la paura. Anche l’altro giorno ho visto l’esame di un torace devastato dal Covid. La nostra convivenza con il virus sarà ancora lunga, abbiamo cambiato il modo di fare la spesa, di uscire, con regole che ci aiuteranno a vincere definitivamente questa battaglia”. 

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