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Trebaseleghe: la pala torna in chiesa

Presentato l’accurato restauro del “San Sebastiano” di Andrea da Murano, affermato pittore veneziano. L'opera è stata realizzata a cavallo fra il ‘400 e ‘500

Parole chiave: pala di san sebastiano (1), trebaseleghe (37), chiesa (308), restauro (54)
pala di San Sabastiano, Trebaseleghe

Martedì 30 novembre la comunità di Trebaseleghe si è raccolta nella sua chiesa monumentale per vivere insieme un momento speciale: la riesposizione della pala di San Sebastiano, magistralmente restaurata e ricollocata nella sua sede sul presbiterio.

Opera di Andrea da Murano, affermato pittore veneziano, realizzata a cavallo fra il ‘400 e ‘500, la pala è un importante dipinto a tempera su tavola lignea, che con le quattro tavole più piccole sovrastanti forma un polittico collocato in una cornice finemente intagliata da Girolamo, fratello di Andrea.
Quindi, da oltre 500 anni quest’opera non solo appartiene, ma si può dire che è custodita, vive e rappresenta la comunità di Trebaseleghe, nella cui chiesa ha trovato diverse collocazioni, fino a quella attuale, avvenuta nel 1970.

Nel corso degli anni la temperatura e l’umidità del clima della chiesa hanno reso necessari diversi interventi di restauro, fino a quello attuale, durato circa sei mesi. Si è trattato di un importante lavoro che ha visto impegnate diverse figure (la restauratrice Valentina Piovan per la parte pittorica, l’Unisve srl per la parte strutturale e il microclima realizzato, oltre ad altri collaboratori come la ditta Carollo Serramenti, Gino Feltrin e Roberto Saccuman) tutte di alto profilo professionale, che hanno prestato la loro opera nel rispetto della supervisione della Soprintendenza per le Belle Arti di Venezia.

L’imponente lavoro realizzato con quest’ultimo intervento ha richiesto uno sforzo economico davvero straordinario, reso possibile grazie al sostanziale contributo della fondazione Cariparo e dalla generosa partecipazione di imprenditori locali.

E’ proprio con tutto questo lavoro “alle spalle” che la serata di martedì 30 novembre ha voluto celebrare la “restituzione” di questa grande opera alla sua comunità, come ha detto anche Mirella Cisotto, a nome della fondazione Cariparo, nel suo intervento.

Ma il clima della serata si è svolto all’insegna di quella che il parroco don Rolando Nigris nella sua introduzione ha definito come “serata di meditazione sulla bellezza”. Infatti tutti i presenti sono stati immersi in un’atmosfera che solo la bellezza in tutte le sue forme può suscitare. Così con grande attenzione si sono potute gustare le musiche proposte dal maestro Silvio Celeghin, eseguite al nostro prezioso organo Tamburini, assieme alla voce del mezzo soprano Francesca Gerbasi.

I pezzi proposti da entrambi hanno intervallato l’intervento di don Paolo Barbisan - direttore dell’Ufficio diocesano di Arte sacra - che, oltre ad aver assistito la parrocchia in tutto l’iter del restauro, ha offerto una puntuale e brillante spiegazione dell’opera nei suoi dettagli. E non si è trattato solo di una esposizione a carattere didattico, anzi: illustrando ed esaustivamente spiegando le figure rappresentate, ha riportato al senso complessivo dell’opera e al messaggio che ancora oggi continua a proporre.

Pur non essendo a noi note le circostanze che hanno portato alla commissione della pala, si può plausibilmente supporre che l’intento del committente fosse stato quello di ringraziare per una scampata epidemia o comunque un periodo particolarmente difficoltoso, finalmente superato dalla comunità. Infatti tutti i santi rappresentati attorno alla centralità del Risorto, ognuno nella propria peculiarità, hanno in comune l’affinità a elementi di guarigione o di protezione che i cristiani ben conoscevano e invocavano da secoli. Si può quindi affermare che allora come oggi offrono al credente motivi di consolazione e speranza di cui tanto c’è bisogno anche nel nostro tempo attuale.

E’ stato davvero bello riscoprire quelle radici cristiane che partono da tempi e persone passate, ma che ancora oggi vivono e nutrono la fede del nostro presente e, sicuramente, anche quella di quanti verranno dopo di noi.

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