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Da Santa Cristina al Brasile: quattro generazioni di sacrestani

La storia inizia nel 1879, quando Luigi Francescato prende la nave a vapore per il Sudamerica. E prosegue a Santa Maria, nel Rio Grande do Sul.

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Da Santa Cristina al Brasile: quattro generazioni di sacrestani

La grande crisi agraria di fine Ottocento aveva messo sul lastrico molte famiglie e Luigi Francescato (1835), di Santa Cristina di Quinto, non sapeva cosa dare da mangiare ai suoi figli. Ne aveva avuti otto dalla sua sposa, Maria Santinon (1835-1910), di Morgano, ma tre erano morti in tenera età. Le sentiva le “sirene” che invitavano a emigrare in Brasile, dove la terra era così fertile da far diventare dei signori. Fatto è che Luigi “Cestella”, nomignolo dei Francescato, nel 1879 prese il vapore, anzi una carretta del mare che rischiava di sfasciarsi tra i flutti, e partì. Per attutire lo strappo, portò con sé la ventenne figlia Margherita, con il marito Giuseppe Fighera di Istrana e il figlioletto Pietro di un anno.
Sbarcati a San Paolo, dopo un mese, Luigi capì subito che quel clima caldo e umido non gli era confacente, decise perciò di andare nel Rio Sul, dove si recavano tanti italiani, fermandosi nella città di Santa Maria. Qui Francescato ebbe l’ispirazione di rivolgersi al parroco della cattedrale, al quale raccontò la sua storia e le sue speranze. S’impietosì, don José Marcelino de Souza Bitencourt, nell’ascoltare questo buon cristiano emigrato a 44 anni, per amore della famiglia. Gli offrì il lavoro di sacrestano, in cambio di vitto, alloggio e un piccolo stipendio. Fu così che Luigi divenne il suo braccio destro. Lo accompagnava a cavallo ovunque il suo ministero lo chiamasse, assistendolo anche nelle celebrazioni. Aveva anche una bella voce cosicché era sempre lui a intonare i canti. Purtroppo, Margherita morì due anni dopo, lasciando il marito e il figlioletto di tre anni.
Sette anni dopo, il parroco incoraggiò Luigi ad andare a prendere la famiglia, promettendogli che l’avrebbe aiutato a sistemarsi definitivamente. Rientrato a Santa Cristina e fatti i preparativi, l’uomo ritornò con i suoi in Brasile, portandosi da casa una statua di san Giuseppe, a cui era tanto devoto. Con loro anche due giovanissime nipoti, che si ammalarono durante il viaggio e morirono a San Paolo, appena sbarcate.
Finalmente, giunti a Santa Maria, Luigi acquistò 49 ettari di terreno, che intestò al figlio Antonio, ai nipoti Luiz e João e in parte al genero, rimasto vedovo. Per la statua di san Giuseppe costruì, su una collinetta, un sacello e poco dopo vi seppellì un nipotino.
Nel tempo, il manufatto fu ampliato, ma un giorno crollò. Fu, quindi, costruita una chiesa più grande in una zona più centralizzata dato che anche altre famiglie erano venute ad aggiungersi, ma sempre sul terreno e con il denaro donati dai Francescato, diventati laggiù Franciscatto. Attorno alla chiesa sorse, quindi, la parrocchia di San José e il cimitero. Morto Luigi, nel 1913, l’attività di sacrestano passò di padre in figlio per quattro generazioni. Intanto la parentela cresceva vistosamente e con essa il villaggio di San José, che nella festa del patrono, attira ogni anno 400.000 persone da tutto il Brasile per assaggiare il “churrasco”, la specialità locale.
João, nipote di Luigi, persona molto socievole, non era solo sacrestano, ma anche animatore liturgico. Morì nel 1977, a 81 anni. Con il figlio Luiz e i nipoti collaborò attivamente alla costruzione non solo dell’attuale chiesa, ma anche della casa del giovane, dell’ambulatorio medico e delle scuole primaria e secondaria ora a lui intestate. Questa storia è emersa grazie a Neiva Suzana, professoressa di francese, figlia di Luiz e trisnipote di Luigi che vive a San José, dove una via porta il nome del nonno, rua João Franciscatto, di una famiglia che al prezzo di grandi sacrifici è riuscita a fare fortuna, a fondare un paese, evolvendosi fino a contare finora 286 discendenti, diretti e collaterali.

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