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Ca' Foncello: il saluto alle suore che lasciano il servizio infermieristico

Presenti fin dal 1852, per volere del vescovo Farina, loro fondatore, le suore dorotee di Vicenza lasciano a fine febbraio il servizio infemieristico svolto all'ospedale di Treviso.La notizia si sta diffondendo in questi giorni, non senza un velo di tristezza. Ma la madre superiora, suor Rina, tiene a precisare che non se ne vanno totalmente, vengono adibite ad un altro servizio, quello dell’assistenza spirituale ai malati.

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Ca' Foncello: il saluto alle suore che lasciano il servizio infermieristico

Si conclude un’esperienza iniziata nel lontanissimo 1852. Con il 28 febbraio le suore dell’Istituto Suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori cessano la loro attività infermieristica svolta in convenzione all’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso. La notizia si sta diffondendo in questi giorni, non senza un velo di tristezza per quello che le suore hanno rappresentato per l’ospedale cittadino in tutti questi anni. Ma la madre superiora, suor Rina, tiene a precisare che non se ne vanno totalmente, vengono adibite ad un altro servizio, quello dell’assistenza spirituale ai malati, in sintonia con i padri che attualmente sono solo 4 per tutto il nosocomio. Vedremo, quindi, il loro volto sorridente ancora passare e portare una parola di speranza, di sollievo tra i reparti.
Non più, però, come infemiere. A “costringerle” a questo passo è l’anagrafe. Per loro è giunto il momento della meritata “pensione”. Anzi, sono rimaste due mesi in più, come da richiesta proveniente dalla direzione dell’Ospedale Ca’ Foncello, per consentire di riorganizzare e ridistribuire i loro compiti.
Nella casa delle suore in via Scarpa, inaugurata nel 2010 dal vescovo Gianfranco Agostino Gardin (nella foto), sono attualmente in sette: la superiora suor Rina, suor Annamaria, suor Rosaria, suor Antonia, suor Roberta, suor Emanuela. Ormai le forze non consentono più loro di continuare a fare ciò che le ha impegnate “in scienza, coscienza e cuore in tutti questi anni”. “L’ospedale è stato la nostra casa”, per loro votate all’educazione, alla carità e all’assistenza ai bisognosi. A volerle qui fu proprio il fondatore. Appena eletto vescovo di Treviso, mons. Giovanni Antonio Farina si recò, infatti, in visita all’ospedale di Treviso. Notò subito che vi era un solo sacerdote addetto alla cura spirituale e per questo decise di fare lui stesso, volontario, un turno di notte e di giorno. Ma non solo. Introdusse anche le suore nell’Ospedale di Treviso. Voleva, però, che fossero adeguatamente preparate. E così fece tradurre dal francese “Il libro delle infermiere” e in questo modo fece fare loro il corso del buon samaritano.
A Treviso giunse nel 1906 la giovane novizia Bertilla Boscardin, che qui rimase poi come infermiera. Dal 2002, nel 150° anniversario della presenza delle suore Dorotee a Treviso, santa Bertilla Boscardin è stata riconosciuta Patrona speciale del Ca’ Foncello con decreto dell’allora vescovo Paolo Magnani. “Fu così siglato un legame che da sempre ha unito la sanità trevigiana alla memoria dell’umile suora infermiera”. Poi santa, così come il fondatore Farina.
Mancando le vocazioni e il ricambio generazionale, negli ultimi anni le suore erano presenti solo in alcuni reparti come nelle Medicine, Chirurgie, Pediatria, Geriatria, Lungodegenza, nell’assistenza domiciliare oltre che nella Scuola per infermieri (che hanno diretto fino agli anni Novanta) e come responsabili del Guardaroba. Negli anni di maggior presenza avevano raggiunto anche le 120 suore a Treviso che riuscivano ad alternarsi in 2 o 3 per reparto. In un clima famigliare - raccontano -, sempre con il massimo rispetto per i ruoli e il lavoro altrui. Il valore della loro presenza è stato ben espresso dal primario Amedeo Alexandre che in un intervento scritto del 1972 confermò: “La presenza delle suore dà la sensazione della carità nel senso etimologico della parola, cioè dell’amore e della dedizione affettuosa, (...) perché la suora ospedaliera vive veramente la vita - tutta la vita - dell’ospedale e il reparto dove lavora è la sua casa e i malati sono i suoi fratelli che assiste senza limiti di orario, senza che altri affetti o impegni la distraggano, senza mai dimenticarli quando lascia la corsia”. Sempre presenti, sette giorni su sette, senza orario, chiamate spesso nei casi più difficili (anche nel delicato reparto di psichiatria), perché disponibili ad ascoltare in ogni momento i malati, a dedicare loro tempo. E dai malati, ci tengono a sottolinearlo, hanno ricevuto tanto. “Abbiamo dato con gioia, ma abbiamo anche rivenuto da loro e dai famigliari. Il loro sollievo è il nostro”. Malati rincuorati, rassicurati. Lo testimoniano anche le lettere che ricevono, i ringraziamenti quotidiani...
“Ci mancherà - confermano suor Rina e suor Annamaria - quel contatto quotidiano con i malati. Se potessi tornerei indietro. Abbiamo lavorato tanto, e siamo felici che il nostro lavoro e la nostra professionalità ci sono stati riconosciuti”. “Curando il corpo arrivate allo spirito”, diceva loro il fondatore. E a questo hanno dedicato la vita. E per questo va a loro il nostro grazie.

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