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Dove pescare l'acqua?

Sono partiti i razionamenti e le ordinanze dei sindaci per evitare gli sprechi. Ma non basta. Perché quella che stiamo vivendo, nonostante gli ultimi temporali, non è più un’eccezione: negli ultimi 25 anni si sono registrati continui periodi senza precipitazioni.

Dove pescare l'acqua?

Il primo segnale è il mais che ingiallisce ben prima del termine, poi tocca all’erba e alle foglie. Nella Pedemontana trevigiana la siccità ha colpito duro. Non c’è la rete per l’irrigazione a pioggia sulle colline dietro Asolo, giù nella Castellana invece c’è la distribuzione dell’acqua del Piave che ancora per un mese mette al riparo dalla siccità, più giù in pianura, dopo Ponte di Piave, i contadini si sono attrezzati con l’irrigazione a goccia, là dove le coltivazioni, diversamente dal granoturco, non voraci d’acqua, lo consentono. Aiuta a risparmiare acqua anche la rotazione del mais con la soia, che richiede meno irrigazione.
Che la situazione sia difficile lo testimoniano l’alveo dei due principali fiumi: il Piave e il Brenta. I Consorzi di bonifica del Piave, del Brenta, e gli enti per l’acqua domestica Etra e Ats di Vicenza e Treviso, sono in allarme. Sono partiti i razionamenti e le ordinanze dei sindaci per evitare gli sprechi d’acqua. I numeri, nonostante i recenti temporali, sono impietosi. Dal 1° gennaio al 31 maggio 2017, lo scostamento rispetto alla media degli anni 1994-2016, arriva fino a 350 millimetri in meno, e soprattutto, in Veneto, nessuna area mostra uno scostamento in positivo. A cavallo tra il 2016 e il 2017, dal 27 novembre all’11 gennaio abbiamo avuto in Veneto precipitazioni zero per 46 giorni consecutivi. Non è un’eccezione: negli ultimi 25 anni, il periodo di siccità più prolungato risale al dicembre 1992-febbraio 1993, durante il quale si registrarono 80 giorni consecutivi senza precipitazioni. Altri periodi altrettanto secchi (50-60 giorni) si registrarono nell’inverno 2001-2002 e 1999-2000. Il Veneto spesso ha inverni con poca pioggia. Anche gennaio - febbraio del 2016 fu particolarmente siccitoso. Il Brenta già a gennaio 2017 aveva un differenziale negativo rispetto alla media di 146 millimetri, il Piave di 147, il Sile di 123.
Intanto le richieste d’acqua aumentano in agricoltura, ma anche per l’acqua potabile e per la pulizia di strade, grandi ambienti e per lo scarico dei liquami. Scarseggiano però le politiche per il recupero dell’acqua piovana. L’acqua delle grondaie, ad esempio, precipita rapidamente lungo gli scoli e non viene riutilizzata per giardini o sciacquoni dei bagni. C’è poi lo stato drammatico degli acquedotti. Nel Trevigiano le situazioni sono diverse, alcune molto positive altre, come a Treviso città, richiedono investimenti. In Europa si spendono 80 euro per abitante per l’acqua, in Italia soltanto 32. Le perdite dovute a problemi della rete di distribuzione nel Nord Italia arrivano a un quarto dell’acqua disponibile, al Centro e al Sud metà dell’acqua va perduta. Per risolvere questo problema servirebbero 5 miliardi, quanto speso ora per salvare la banche venete. In soli sei mesi la “Piave servizi”, che serve 39 comuni tra Treviso e Venezia, ha recuperato con le ricerche delle perdite ben 15 litri al secondo di portata.
Il grande malato è il fiume Piave. I suoi affluenti montani per il 95% vengono utilizzati a fini idroelettrici. Nella parte centrale del corso, a causa di prelievi eccessivi e carenza idrica, il Piave è soggetto a magre. In molti tratti, la portata si riduce a zero per periodi significativi, con pesanti ripercussioni sulla fauna e sulla flora. Serve ripensare la gestione della risorsa acqua, programmare un autentico risparmio idrico,  ammodernare le tecniche di irrigazione, costruire depositi e riserve d’acqua piovana.

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