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Due nuovi capolavori al museo di Santa Caterina

Si tratta di due importanti tavole di Jacopo Negretti, detto “Palma il Vecchio” e Lorenzo Lotto, due tra i maggiori artisti veneti di inizio '500, provenienti da collezioni private con la formula del deposito a lungo termine.

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Due nuovi capolavori al museo di Santa Caterina

Due nuovi capolavori di Palma il Vecchio e Lorenzo Lotto in esposizione al Museo di Santa Caterina: si tratta di due importanti tavole di Jacopo Negretti, detto “Palma il Vecchio” e Lorenzo Lotto, due tra i maggiori artisti veneti di inizio '500, provenienti da collezioni private con la formula del deposito a lungo termine. Una formula che, assieme a quella della donazione, continua ad essere una strada privilegiata per rinnovare e incrementare le collezioni ed offrire al pubblico straordinarie occasioni di visita.

Di Palma il Vecchio (Serina, 1480 - Venezia, 1528) è una stupenda Sacra Conversazione (70x100 cm), databile al 1520-1525, scoperta molto recentemente (2014) e mai esposta al pubblico, fatta eccezione per una mostra a Gorizia (nella foto).
Quella della Sacra Conversazione è un soggetto che il pittore indaga a fondo nella sua produzione, introducendo particolari singolari. Palma raffigura al centro la Madonna con il Bambino, a destra due sante quasi isolate in una loro discussione spirituale. La figura più a destra è quella di Santa Caterina, riconoscibile per l'attributo della ruota dentata, mentre a sinistra c’è san Giuseppe: le sembianze giovanili del padre fanno supporre che nasconda i tratti del committente (si potrebbe così quasi giustificare l'atteggiamento del Bambino che sembra ritrarsi da un padre che non riconosce). È stata notata una somiglianza con il Gentiluomo con zampino di leone di Lorenzo Lotto, oggi a Vienna, identificato con Leonino Brembati, ma vi è una certa somiglianza anche con Francesco Querini, ritratto dal Palma in occasione del matrimonio con Paola Priuli il 23 aprile del 1523.
Di questa tavola ne esistono tre versioni.
Quella di Treviso, già in collezione Schwegler a Zurigo, fu ritenuta una variante del simile dipinto della Galleria Estense di Modena, ma i numerosi pentimenti di quella di Santa Caterina - visti agli infrarossi -, hanno rovesciato le conclusioni: quello giunto al Museo è l'originale di Palma il Vecchio, mentre quello Estense è una versione derivata. Una terza versione si trova nella Galleria di Arte Europea presso Brukenthal National Museum di Sibiu. La versione di Treviso, oltre ad essere la prima, si caratterizza per qualità stilistiche eccezionali e dettagli singolari: colori squillanti, armonia compositiva, delicatezza negli incarnati, un prezioso paesaggio giorgionesco, e quel Bambino di una raffinatezza superba, o quello sguardo della Madre in cui si coglie dolcezza ma anche la consapevolezza del destino che attende il Figlio.
L'opera viene esposta accanto alla Sacra Conversazione di Paris Bordon, fortemente influenzato dal Palma nella sua fase giovanile, e farà parte della sezione della prossima mostra bordoniana (che aprirà il prossimo 15 settembre) allestita in pinacoteca.
Di Lorenzo Lotto (Venezia, 1480 – Loreto, 1556/57) è una sorprendente grande tavola (180x155,3 cm) raffigurante Venere adornata dalle Grazie e da quattro amorini.
Anche questo secondo capolavoro si configura come uno straordinario arricchimento per le collezioni civiche (giunto grazie alla segnalazione dello studioso esperto lottesco Enrico Maria Dal Pozzolo), non solo per l’importanza dell’artista nel contesto culturale trevigiano, ma anche per le caratteristiche dell’opera stessa, quali il soggetto - raro nel catalogo del pittore, e la sua storia conservativa ricca e travagliata. Per quest’ultimo aspetto, il dipinto si integra con le altre opere esposte nella sala VI (Pordenone, Girolamo da Treviso), in quanto la città di Treviso è sempre stata all’avanguardia nella tutela e nel restauro. La tavola, che venne resa nota solamente nel 1957 ad opera dello studioso Pietro Zampetti, vanta una provenienza illustre: si trovava infatti nella ricca collezione di dipinti di Palazzo Colonna a Roma. Dopo alcuni passaggi sul mercato antiquario romano, alla metà del secolo scorso giunse a Bergamo, dove venne restaurato da Mario Pellicioli prima del 1958. Sul retro della tavola è incollato un frammento di carta con la descrizione
dell’opera, scritto di mano direttamente dall’artista, come hanno dimostrato gli studi recenti. La fortuna critica dell’opera si lega strettamente alle sue vicende conservative: l’aspetto che vediamo ora, mutato rispetto a come appariva nelle prime riproduzioni, si deve all’ultimo restauro che ha riportato il quadro alla sua stesura iniziale e che ha permesso di cogliere la presenza di ben sette livelli di ridipintura, eseguiti nel corso dei secoli e i primi probabilmente già dallo stesso Lotto. Il problema dell’identificazione dell’opera, ad oggi ancora non del tutto risolta, ha affascinato storici e critici degli ultimi decenni. Inizialmente venne messa in relazione con la Venere menzionata nel Libro di
spese diverse nel settembre 1540 e nell’aprile 1541 donata dal pittore al nipote Mario Armano, identificata anche con Venere e Cupido del Metropolitan Museum of Art di New York: per entrambe queste opere si è ipotizzata la realizzazione per un contesto nuziale, con ispirazione dei soggetti a poemetti latini e umanistici diffusi nel Cinquecento in area bergamasca e centro-italiana. Più recentemente, la tavola è stata avvicinata a un altro quadro, ‘delle Gratie’, menzionato nel Libro di spese nel 1541, forse rifiutato dal committente e conservato dall’artista.

Fonte: Comunicato stampa
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