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Quanto il "rifugio" si chiama Ca' Foncello

Sono circa una decina le persone senza dimora che passano la notte all’interno del nosocomio, tra il Pronto soccorso e l’atrio dell’ingresso principale. A vegliare sulla sicurezza della struttura, oltre alle Forze dell’ordine, ci sono anche i volontari dell’Associazione nazionale carabinieri in congedo.

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Quanto il "rifugio" si chiama Ca' Foncello

L’ospedale Ca’ Foncello, oltre a essere un luogo di cura, è anche il posto ideale, essendo aperto tutta la notte, dove alcune persone senza dimora, che non sono seguiti dall’assistenza sociale o che devono lasciare i dormitori per qualche giorno, possono trovare riparo, soprattutto nei giorni più freddi.
Sono circa una decina le persone, uomini, ma anche donne, che in questo momento passano la notte all’interno del nosocomio, tra il Pronto soccorso e l’atrio dell’ingresso principale. Potrebbero essercene anche altri, che conoscendo bene l’edificio, si sistemano nelle sale d’attesa dei reparti meno frequentati, sanno dove si trovano i giacigli più sicuri e passano inosservati, sfuggendo a numeri, statistiche e anche agli occhi della gente che intanto prosegue la propria vita.
A vegliare sulla sicurezza della struttura, oltre alle Forze dell’ordine che svolgono la loro attività fino alle 20 e due Ranger che controllano dalle 23 fino al mattino successivo, dallo scorso settembre ci sono anche i volontari dell’Associazione nazionale carabinieri in congedo della provincia di Treviso: due persone che, dalle 20 alle 24, grazie a una convenzione stipulata con il Ca’ Foncello, sorvegliano l’area e fungono da deterrente per eventuali situazioni di criticità.
A cercare rifugio non solo migranti, come qualcuno potrebbe pensare, ma anche tante persone italiane con i problemi più disparati, dall’imprenditore che ha perso tutto e si ritrova senza più un tetto sotto il quale vivere, a persone che hanno una vita normale, se così si può dire, una casa e una famiglia, ma che per una serie di motivi trascorrono la notte nelle sale dell’ospedale regionale. “Alcune di queste sono conosciute – ci spiega un volontario dell’associazione – e in qualche modo, viste le difficoltà in cui si trovano, anche se non c’è nessuna autorizzazione a tenerle lì, nessuno pensa di metterle alla porta. In ogni caso noi siamo lì soprattutto per fungere da deterrente all’insorgere di dinamiche poco piacevoli. Controlliamo il Pronto soccorso, l’area della nuova portineria, i sotterranei e durante il cambio turno, dalle 21 alle 22, anche il parcheggio dipendenti all’esterno”.
In inverno ci sono più persone, ma alcune rimangono anche d’estate, mentre altre con l’arrivo della bella stagione si spostano nelle aree esterne adiacenti o proprio in altre zone.
“Durante il nostro servizio – continua il vigilante – cerchiamo di convincere chi dorme lì a usare un comportamento civile: se stanno seduti e hanno un bagaglio composto possono rimanere, l’importante è che non lascino immondizie in giro. Se notiamo dei comportamenti inadatti chiediamo loro di rispettare le regole, nel caso ciò non accada facciamo intervenire le Forze dell’ordine che li accompagnano alla porta, ma non succede spesso. Sì, è capitato che ci fosse qualche ubriaco più molesto del solito, qualche situazione di tensione, ma tra l’altro mai sfociata in violenza. All’inizio facevamo un po’ più di fatica a comunicare con i migranti, ma ora che ci conoscono è più semplice. Nella maggior parte dei casi, comunque, le persone che sono lì non creano problemi, sono solo persone in difficoltà che hanno bisogno di un posto dove trascorrere la notte. Alle volte, infine, interveniamo anche per pacificare alcuni momenti più elettrici all’interno del Pronto soccorso, con persone che sono lì per ricevere cure mediche e perdono la pazienza per un’attesa più lunga del previsto”.
Ogni persona costretta a trovare riparo in un luogo che non è la sua casa non è soltanto un senza dimora da disprezzare o da compatire, ma un individuo con la propria storia. Scegliamo volutamente di non entrare nel dettaglio dei racconti di vita individuali per evitare di mettere in difficoltà qualcuno o di creare imbarazzi rendendo riconoscibili con dettagli persone che hanno diritto alla propria privacy, tuttavia è necessario riflettere su cosa la nostra società può fare in più, oltre alle strutture già esistenti, per permettere ha chi ha avuto dei problemi o a chi ha difficoltà a integrarsi, di riprendere in mano il proprio progetto di vita.

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