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Senza dimora, nuovi posti letto alle ex Serena. Ma si chiedono interventi oltre l'emergenza

“I problemi per chi è senza dimora – commenta Fabio Tesser della cooperativa La Esse – sono tanti e si accumulano. Cercare di migliorare la vita di queste persone è un riconoscimento della loro dignità, di qualcosa che gli è dovuto. Il punto è non fermarsi all’emergenza, ma offrire loro un percorso per facilitare un cambiamento di vita”.

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Senza dimora, nuovi posti letto alle ex Serena. Ma si chiedono interventi oltre l'emergenza

Sono aperti dai primi giorni dell’anno altri venti posti letto per accogliere in città persone senza dimora e affrontare l’emergenza freddo. Li ha messi a disposizione il Comune di Treviso, con il sostegno della Prefettura e grazie all’intesa con l’azienda Nova Facility, che gestisce la struttura dell’ex caserma Serena, dove sono stati predisposti i letti. Le persone sono inviate dai Servizi Sociali e troveranno un luogo dove dormire e un pasto caldo fino alla fine di febbraio.
Questi letti si aggiungono ai 26 posti già esistenti, fra via Pasubio e via Risorgimento, oltre ai servizi offerti dalla Caritas Tarvisina. “Ringrazio la Prefettura per la disponibilità e la possibilità di trovare una soluzione tempestiva a questa ondata di freddo particolarmente sferzante”, ha dichiarato il sindaco Mario Conte. Coalizione civica per Treviso ha tuttavia fatto notare che si tratta di provvedimenti importanti, ma che non vanno al di là dell’emergenza: “Ci sembra che questi interventi rispondano a una logica «emergenziale» non perché il problema sia straordinario ma perché non si è mai deciso di affrontarlo in modo adeguato, inserendolo tra le priorità dell’Amministrazione e destinandovi le risorse necessarie”.
Andare oltre l’emergenza
Sebbene i posti letto, ora, dovrebbero essere sufficienti, ci sono persone che rimangono per strada. Come spiega Fabio Tesser della cooperativa La Esse, nessuno sceglie di rimanere fuori a morire di freddo, semplicemente ogni persona cerca di trovare un proprio equilibrio e dignità nelle situazioni di vita che affronta e rompere i propri precari equilibri per passare 15 notti al caldo e poi tornare per strada può essere difficile quanto rimanere al freddo.
Inoltre, nelle strutture organizzate, come i dormitori, si entra solo con i documenti, attraverso i Servizi sociali, e molti senza dimora, anche italiani, sono privi di documenti, poiché privi di residenza.
Si parla dei rischi di aumento di senza dimora irregolari a causa del decreto sicurezza, ma la situazione, per chi non ha una residenza è già molto complessa, a prescindere dalla nazionalità di origine e spesso si aggrava per la semplice impossibilità di ricevere la posta, oltre che per i problemi ad accedere al servizio sanitario o a essere assunti regolarmente da un datore di lavoro. “I problemi per chi è senza dimora – commenta Tesser – sono tanti e si accumulano, la situazione è molto difficile. Cercare di migliorare la vita di queste persone è un riconoscimento della loro dignità, di qualcosa che gli è dovuto e che non gli viene dato. Il punto è non fermarsi all’emergenza, ma offrire loro un percorso per facilitare un cambiamento di vita. Il vero problema è che non c’è una convenienza a risolvere davvero la situazione: queste persone non fanno del male a nessuno e non votano, quindi l’emergenza da un lato è l’unico modo in cui il fenomeno viene affrontato, dall’altra fa si che ci si blocchi alle sole misure emergenziali e non si vada oltre”.
Progetti di co-housing
Tra i progetti che tentano di creare un percorso c’è quello del co-housing. Per ora a Treviso la cooperativa La Esse gestisce una sola struttura con quattro alloggi, al momento abitati da due pensionati italiani e da due rifugiati.
Altre case erano aperte a Roncade e a Silea, ma oggi sopravvive solo quella di Treviso e si spera di poterne aprire di nuove.
Le persone che convivono, come spiega Simone Schiavinato, coordinatore del progetto, devono avere almeno una piccola fonte di sostentamento, per fare fronte alle spese, alle bollette e all’affitto, anche se in alcuni casi interviene il sostegno del Comune di residenza. A usufruire del progetto, persone che per diversi motivi sono state escluse dal mercato immobiliare, perché non avevano sufficienti garanzie per affittare una casa, o perché stranieri, o perché non riuscivano a trovare una soluzione abitativa adatta alle loro esigenze e alle loro tasche. Queste persone, grazie al co-housing hanno un periodo di tempo in cui rimettersi in sesto e riprogettare la propria vita.
“L’idea – conclude Schiavinato – è quella di ampliare il progetto, perché le richieste ci sono. Solo facciamo fatica a trovare strutture con affitti sostenibili. Da quando abbiamo avviato il progetto oltre una cinquantina di persone è passata per i nostri alloggi, alcune venivano dal dormitorio di via Pasubio, lavoravano ma non avevano la possibilità di trovare una casa, alcuni erano stranieri, altri persone dal sud Italia che si trasferivano qui e avevano bisogno di un alloggio temporaneo. Avere una casa per tutto il giorno, le proprie chiavi per entrare, è molto diverso dalla possibilità di entrare in un dormitorio alla sera e uscirne al mattino. Ti dà una libertà che un dormitorio non può darti, ti dà la possibilità di organizzare la vita in base alle tue esigenze”.

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