Treviso
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Sostegno agli ultimi

Dopo anni di campagne di sensibilizzazione, i senza dimora sono tornati a essere invisibili a causa della pandemia. In città gli aiuti di associazioni e istituzioni non mancano, ma serve più coordinamento tra gli Enti

Sostegno agli ultimi

L’emergenza sanitaria ha messo in secondo piano tante altre problematiche sociali dei nostri territorio. Una di queste è la difficoltà dei senza dimora e delle associazioni che anche in mezzo alla pandemia continuano a prestare il loro aiuto.

Valerio Delfino, della Comunità di Sant’Egidio, stima che attualmente in provincia di Treviso ci siano circa 150 persone senza dimora, per un totale che arriva a 300 se contiamo i passaggi di individui sul territorio durante tutto l’anno. “Sono i più fragili per tanti motivi - racconta - e hanno un’aspettativa di vita molto minore della media italiana. Oltre a chi muore di freddo c’è l’enorme difficoltà nell’accesso alle cure. Durante il lockdown bussavano alle nostre porte perché avevano fame, cosa mai successa prima”. A occuparsi di loro i servizi del Comune, della Caritas, degli Operatori di strada delle parrocchie, di Caminantes e della comunità di Sant’Egidio. Ognuna di queste realtà fa la sua parte in maniera complementare per aiutare.

“Oggi se ne parla molto poco - spiega Fabio Tesser, operatore di strada -, ma nei primi 15 giorni dell’anno in Italia sono morte 15 persone per il freddo, i morti del 2020 sono gli stessi dell’anno precedente, da lì non ci si muove. Lavorare sulla ricerca di un alloggio e sui progetti di cohousing deve diventare una scelta politica. Quello che mi preoccupa di più è il silenzio, siamo tornati a 10 anni fa, prima della Notte dei senza dimora e di tutte le campagne di sensibilizzazione”.

L’allarme è anche per chi si era sistemato, aveva trovato un lavoro e ora con il Covid rischia di perderlo e tornare in strada, senza contare che con lo sblocco dei licenziamenti e degli sfratti nei prossimi mesi la situazione potrebbe enormemente peggiorare. La Caritas diocesana mette a disposizione diversi servizi: “Chi entra in Casa di carità vi accede attraverso il centro di ascolto - spiega la responsabile dei progetti Arianna Cavallin -. Da lì l’accesso alla mensa serale, che accoglie 20/25 persone, la lavanderia, le docce e il dormitorio con 18 posti sempre pieni”. Tuttavia i numeri, lo dice il Comune, lo confermano Caritas e Sant’Egidio, sono diminuiti. “Gli anni scorsi avevamo anche 60 persone in lista di attesa per il dormitorio, ora ce ne sono la metà. Stiamo cercando di capire perché - continua Cavallin -. Da una parte c’è una minore mobilità sul territorio a causa delle restrizioni per il Covid, dall’altra c’è chi non vuole entrare nel circuito dei servizi, e poi ci sono alcuni che sono usciti dalle caserme Serena come richiedenti asilo e che ora non ci vogliono tornare come senza dimora”.

I servizi di Caritas sono gestiti con l’aiuto di volontari, per cui durante il primo lockdown è stato necessario riorganizzare i servizi: “Questo è un periodo che ha interrogato molto le coscienze, sono arrivati nuovi volontari, e dopo un corso di formazione alla fine dell’estate, garantiamo i servizi 7 giorni su 7, tuttavia gli iter sono più lunghi e complessi, manca la relazione con le persone, inibita dalle restrizioni. Abbiamo la fortuna di offrire camere singole e spazi per garantire il distanziamento, inoltre come organismo pastorale possiamo avere più elasticità nell’andare incontro alle esigenze delle persone”. Il centro di ascolto poi, mira a superare l’emergenza accompagnando le persone in un progetto più stabile di vita.

A chi decide di rimanere in strada la comunità di Sant’Egidio tre volte a settimana porta la cena, una bevanda calda, coperte per affrontare il gelo delle notti invernali e mascherine per proteggersi dal Covid. Ne assistono oggi una quindicina a Treviso e poi altri a Conegliano, li incontrano in luoghi prestabiliti oppure grazie alle segnalazioni e al coordinamento con i Carabinieri.

“Alcuni italiani non accettano di andare nei dormitori - ha raccontato Delfino - vogliono un alloggio, alcuni invece non hanno i documenti in regola e hanno paura di essere denunciati. Inoltre i vari servizi hanno orari fissi e sono fuori dal centro, quindi tante volte i senza dimora rinunciano a raggiungerli. Gli anni scorsi ne accompagnavamo diversi in macchina, quest’anno è più rischioso e non possiamo farlo. Altre volte sono le procedure complicate a farli desistere”.

Sull’ultimo punto concorda anche Tesser che commenta: “Spesso non è la mancanza di servizi il problema, ma le procedure, il dover prendere appuntamenti per i colloqui, oppure subentra il fatto di essere seguiti da più servizi contemporaneamente, per problematiche diverse e questi servizi non riescono a coordinarsi fra di loro, rendendo complicato il tentativo di costruire un progetto concreto per la persona”. Per Tesser ciò che mancano sono dei centri diurni, dove trascorrere le giornate. Delfino invece sottolinea come manchino luoghi per le donne: “Soprattutto per le madri con figli, non è un’emergenza che capita spesso, ma quelle 3 o 4 volte l’anno in cui capita abbiamo enormi difficoltà a trovare un posto adatto a loro”.

Per un periodo Caritas ha gestito anche un dormitorio femminile, per donne non accompagnate da minori, ma al momento il progetto è sospeso: “Il tema - ha chiarito Cavallin - necessita di un ripensamento e della sollecitazione di diversi enti”.

I servizi del Comune

Il Comune di Treviso mette in campo una serie di servizi strutturali per i senza dimora a cui si aggiungono dal 15 dicembre 20 posti alle caserme Serena per l’emergenza freddo. Posti a cui si accede in maniera diretta e che tuttavia a oggi non sono occupati.

L’assessora al Sociale Gloria Tessarolo ha spiegato che l’offerta è studiata in rete con le altre associazioni del territorio. Infatti la mensa comunale lavora in via Isola di Mezzo all’ora di pranzo, con 25 posti, mentre per la cena è in funzione quella di Caritas. In via Pasubio ci sono 20 posti letto disponibili tutto l’anno. Portati a 40 durante il lockdown di marzo. L’accesso ai posti ordinari avviene dopo una profilassi medica al dipartimento di Prevenzione della Madonnina che attualmente prevede anche il tampone per il Covid. Altri 4 posti notturni sono operativi in via Risorgimento, mentre 12 sono a disposizione nella Comunità alloggio: lì le persone possono vivere per periodi più lunghi e intraprendere un percorso di reinserimento sociale personalizzato.

A uno step successivo le persone possono accedere al progetto “Housing first” che permette la coabitazione in appartamenti protetti. Le strutture mirano a soggetti gravemente svantaggiati, sia uomini che donne, anche con bambini e lavorano sull’educazione alla gestione domestica e alla ricerca di lavoro e autonomia.

Pur nelle difficoltà di gestire i servizi durante la pandemia l’assessora vuole sottolineare una nota positiva: “Abbiamo notato più attenzione e solidarietà nei confronti dei senza dimora, ci arrivano segnalazioni con richieste di come poter aiutare. Vorrei dire dunque ai cittadini di fare le loro segnalazioni alla Polizia locale, che può mobilitarsi per un primo soccorso e attivare i servizi sul territorio”.

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