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In sala dal 27 giugno

Tornano le avventure di Woody e Buzz nel cartoon Disney “Toy Story 4”. Kit Harington protagonista di “La mia vita con John F. Donovan” di Dolan, Ralph Fiennes dirige il biopic sul ballerino Nureyev. Le indicazioni della Commissione Film CEI.

In sala dal 27 giugno

Ha più di vent’anni “Toy Story”, gioiello dell’animazione Disney-Pixar lanciato nel 1995, esilarante e tenero racconto della vita “segreta” dei giocattoli nelle camere dei bambini. Dal concept originario sono nati fortunati sequel, “Toy Story 2.  Woody e Buzz alla riscossa” nel 1999 e “Toy Story 3, La grande fuga” nel 2010. Ora da mercoledì 26 giugno arriva nei cinema italiani “Toy Story 4”, dove ritroviamo tutti i protagonisti del cartoon: c’è lo sceriffo valoroso Woody – in Italia è stato doppiato da Fabrizio Frizzi, ora sostituito da Angelo Maggi, voce cinematografica di Tom Hanks –, il coraggioso eroe spaziale Buzz Lightyear (Massimo Dapporto, voce sin dal 1995), la pastorella Bo Peep, la cowgirl Jessie e la new entry Forky. Cosa accade in questa nuova avventura? I giocattoli hanno perso il loro padroncino Andy, che ora è all’università; hanno una nuova amica, la bambina Bonnie, che si è appassionata a un nuovo giocattolo fatto con una forchetta di plastica, Forky. Quando Forky si smarrisce, Woody e gli altri amici si danno da fare per riportarlo a casa. Si ride sempre tanto con “Toy Story”, racconto snodato su una sceneggiatura ben calibrata e con gag riuscite; nel film non mancano buoni sentimenti, valori e grandi temi come l’attenzione all’ambiente e al creato. Dal punto di vista pastorale, “Toy Story 4” è da valutare consigliabile, poetico e adatto per tutta la famiglia.

Il giovane regista canadese Xavier Dolan, classe 1989, molto apprezzato in Francia, fa il suo debutto nel cinema hollywoodiano con “La mia vita con John F. Donovan”, con un cast di grande richiamo: la star di “Game of Thrones” Kit Harington, le attrici premio Oscar Susan Sarandon, Kathy Bates e Natalie Portman nonché il talentuoso bambino Jacob Tremblay (“Room”, “Wonder”). È il racconto problematico in chiave mélo della vita di un attore televisivo, che intrattiene un’amicizia epistolare con un bambino. Il copione è intenso e sofferto, giocato sul confine tra bene e male. Film di forte impatto psicologico, sottile e forse troppo difficile per lo spettatore medio USA, visto lo scarso riscontro al botteghino. Dal punto di vista pastorale, l’opera è complessa e problematica.

La vita del ballerino russo Rudolf Nureyev diventa un film, “The White Crow”, per la regia di Ralph Finnes, attore inglese di stampo shakespeariano noto per le sue interpretazioni in “Schindler’s List”, “Il paziente inglese” e “Harry Potter” (Voldemort). Tratto dalla biografia del ballerino firmata da Julie Kavanagh, il film ripercorre ascesa, carriera e contesto politico-sociale in cui Nureyev è vissuto.

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