Commento al Vangelo
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Affidiamoci a chi entra dalla porta - IV Domenica di Pasqua - 11 maggio 2014

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. (Dal Vangelo secondo Giovanni)

Il vangelo della IV domenica di Pasqua ci propone la parte iniziale del discorso del Buon Pastore.

Gesù si sta rivolgendo ai farisei (cfr. Gv 9) che, non volendo riconoscerlo come il Cristo, venuto da Dio, stanno scambiando il pastore per il ladro! Egli rivolge loro queste parole perché anch’essi, come il cieco guarito, possano vederlo e riconoscerlo. Gesù si rivolge anche a noi: affinché non cadiamo nella stessa cecità dei farisei, ci dice di fare attenzione a distinguere tra chi “entra” nella nostra vita per offrirci vita e chi invece viene per rubarcela, per altri interessi. La similitudine della porta ci offre alcune indicazioni.

Gesù ci incoraggia ad affidare la nostra vita solo a chi “entra dalla porta”, cioè a chi in prima persona ha riconosciuto in Gesù, nell’ascolto della sua Parola, nell’imitazione dei suoi gesti, un passaggio necessario per entrare nella vita con verità. Sono tutte quelle persone che ci donano parole buone, di speranza, che ci indicano con il loro esempio un via sicura su cui camminare. Ciò  arricchisce la nostra vita, perché queste persone, “venendo” così, ci conducono a Gesù, ce lo fanno conoscere. E altrettanto possiamo essere noi per altri fratelli.

Colui che non passa per la porta è, invece, “ladro” ed “estraneo”. E’ “ladro” perché viene per prendere, non per dare: viene così chi non vive nella logica dell’amore, del dono di sé, e quando capita a noi, in quei casi diventiamo un po’ “ladri” della vita di altri, cioè del loro amore, della loro benevolenza, del loro ascolto. Tutti, infatti, abbiamo bisogno di amore per vivere bene, pienamente. E quando l’amore non lo lasciamo uscire da noi, lo andiamo a cercare, anche in modo sbagliato, da altri. Chi vive in tal modo, però, come dice Gesù, oltre ad essere ladro è anche “estraneo”, la sua voce è sconosciuta alle pecore, che fuggono da lui perché non riconoscono in quella voce, fatta di parole, scelte concrete, atteggiamenti, la “voce” di Gesù. Se talvolta le persone, incontrandoci e sapendo che siamo cristiani, ci sentono come “estranei”, forse è perché nella nostra vita non ritrovano lo stile di Gesù, e così rimangono indifferenti alla nostra voce, oppure “fuggono” da noi, dalle nostre comunità.

Questa parola di Gesù riguarda certamente coloro che nella Chiesa sono chiamati ad essere pastori del popolo di Dio, e ad esserlo nel nome di Gesù buon pastore: i sacerdoti, i vescovi, il Papa. Non di meno, però, è rivolta a molti tra noi chiamati a collaborare nel servizio pastorale, ma anche a tutti noi cristiani. Può capitarci di vivere come “pastori” oppure come “ladri” nei confronti di altri fratelli: talvolta riusciamo ad essere un po’ più discepoli di Gesù, alla sua sequela; altre volte, invece, il nostro parlare, agire, pensare, non è secondo il vangelo ma secondo noi stessi, e magari crediamo di aver a cuore le persone, mentre siamo ancora troppo presi dai nostri interessi.

Gesù ci ricorda, tuttavia, che siamo sue pecore, malate o sane, robuste o deboli, non importa, e che sarà lui stesso a venire come nostro pastore, affinché abbiamo la vita, e l’abbiamo in abbondanza. Il pastore è colui che conduce le pecore in verdi pascoli e si carica sulle spalle la pecora malata; allo stesso modo Gesù, buon pastore, non abbandona noi sue pecore, ma ci chiama, ci sostiene, ha a cuore la nostra vita, e anche nelle valli oscure in cui a volte ci perdiamo, Lui ci raggiunge e ci salva. E’ questa la promessa che ascolteremo anche nella seconda lettura, per bocca di Pietro (1Pt 2,25): Eravate erranti come pecore, ma ora siete ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.

Affidiamoci a chi entra dalla porta - IV Domenica di Pasqua - 11 maggio 2014
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