Commento al Vangelo
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Credere nel Dio che ci sta accanto - XIV domenica del tempo ordinario - 5 luglio 2015

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando. (dal vangelo secondo Marco)

Dopo aver sedato la tempesta, guarito l’indemoniato, l’emorroissa e la figlia di Giairo, in questa quattordicesima domenica del Tempo Ordinario, Gesù ritorna nella sua Nazareth, e incontra le persone con le quali aveva condiviso la maggior parte della sua vita, circa trent’anni.
Insegna con sapienza, ma riceve reazioni di sdegno e scandalo.
Che cosa succede? Come mai quelli che lo conoscono di più sono anche coloro che prendono le distanze da lui? Viene da pensare che il problema sia la fede. Credere è complesso. Credere che quell’uomo, la cui storia tutti sono convinti di conoscere, sia il Figlio di Dio, lo è ancora di più.
E’ riconosciuta la sua capacità di insegnare, stupiscono le sue parole, ma se si rimane chiusi nel proprio piccolo mondo di leggi, tradizioni religiose, devozioni, non rimane il posto per la novità, per la grazia, non si concede a Dio di manifestarsi con le sue modalità. Come può il figlio del falegname avere tale autorità e familiarità con Dio? Chi è per fare questo? Sono domande alle quali si può rispondere solo se si accoglie il grande mistero dell’Incarnazione. Avere fede, appunto.
Il Figlio di Dio si è fatto uomo nella semplicità, ha abitato luoghi ordinari, poveri, condividendo la vita della gente del suo tempo, fatta di gioie, fatiche e sofferenze. Gesù ha stravolto l’attesa di un Dio potente, lontano. Si è fatto uno di noi e ci ha resi tutti figli.
Qui sta la sfida. Riconoscere che in Gesù siamo diventati anche noi figli, e quindi fratelli di ogni uomo e donna. Questo vangelo forse ci domanda di accogliere con maggiore consapevolezza il grande dono che Dio ci ha fatto, quello del suo Figlio. Ci chiede di riconoscere gli altri come fratelli perché, come noi, figli amati dal Padre.
E’ bella questa prospettiva, ma riscontriamo, poi, quanto sia facile mettere etichette sulle persone, dare sentenze sugli altri.
Quanti luoghi comuni impediscono le relazioni, ci mantengono blindati verso le persone che hanno sbagliato, o sono nate in una certa famiglia, o in altri Paesi oppure hanno culture diverse! Quali colpe hanno? Eppure pagano spesso il prezzo alto della solitudine, della povertà: nessuna amicizia, nessun affetto, nessuna stima.
Gesù, venendo nel mondo, ha scelto un posto di emarginazione e, con la sua capacità di ridare vita, lo ha riscattato. Ci ha insegnato che ogni vita è un dono e merita di essere amata, accolta, perdonata... Ogni vita può insegnare con sapienza perché ha una propria storia di relazioni e di esperienze che si intrecciano e si arricchiscono.
Noi che sappiamo di essere figli amati da Dio Padre, abbiamo un privilegio grande: il dono della Parola di Dio. Se sappiamo stare in ascolto, essa ci dona vita, ci guida a contemplare i fatti e le vicende di questo nostro tempo con lo sguardo amorevole e misericordioso di Gesù.
Ci istruisce a vivere da fratelli, ci apre gli occhi ed il cuore all’incontro con gli altri, e ci rende capaci di parlare e agire con sapienza, come Gesù.

Credere nel Dio che ci sta accanto - XIV domenica del tempo ordinario - 5 luglio 2015
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