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Mobbing, cos’è e come dimostrarlo

Il mobbing rappresenta una pratica vessatoria e persecutoria, spesso sconfinante in una forma di terrore psicologico che può portare a delle vere e proprie patologie psichiatriche, perpetrata dal datore di lavoro (mobbing verticale) o dai colleghi pari grado (mobbing orizzontale) nei confronti di un lavoratore al fine di emarginarlo o costringerlo a uscire dall’ambito lavorativo.

Mobbing, cos’è e come dimostrarlo

L’ordinamento italiano non disciplina il mobbing, tuttavia negli ultimi vent’anni il moltiplicarsi delle cause di risarcimento del danno intentate dai lavoratori vessati ha portato a pronunce che hanno contribuito a circoscrivere l’ambito di tali condotte. La prima sentenza rilevante è quella emessa dal Tribunale di Torino nel 1999 decidendo il caso di una donna che, a causa dei reiterati soprusi perpetrati dal datore di lavoro, sviluppò una crisi depressiva che ne compromise la vita personale e sociale. Negli anni successivi, la giurisprudenza si è sempre più occupata di casi simili, tanto che la Corte di Cassazione, con una sentenza del 2015, ha individuato dei parametri che devono sussistere contemporaneamente perché si possa parlare di mobbing. Le vessazioni che si manifestano sul posto di lavoro devono, quindi, protrarsi per un congruo periodo di tempo, essere non episodiche, ma ripetute, rappresentare molteplici azioni ostili volte a creare un isolamento sistematico del lavoratore, impedendogli di comunicare con altri, attaccarne la reputazione, portare al demansionamento, perpetrare violenze o minacce, il tutto in fasi successive e ascendenti che rappresentino un intento persecutorio nei confronti del lavoratore e costituiscano un disegno premeditato volto ad affliggere il dipendente. E’ opportuno segnalare due sentenze emesse nel 2018 dalla Cassazione, una della sezione penale che ha stabilito che le condotte vessatorie del datore di lavoro possono portare alla condanna per lesioni personali causate al lavoratore ai sensi dell’art. 582 del codice penale, l’altra della sezione lavoro che ha riconosciuto il mobbing come malattia professionale indennizzabile dall’Inail, pur non essendo prevista dalle tabelle ministeriali. In ogni caso, resta fermo l’onere del lavoratore di dimostrare il nesso causale tra la condotta del datore di lavoro e il danno patito. Il lavoratore che ritenga di essere stato “mobbizzato” dovrà provare non solo la sussistenza degli elementi indicati dalla Cassazione, ma anche l’evento lesivo, ovvero un danno alla salute, fisica o psichica, e la riconducibilità dello stesso alle condotte vessatorie sul posto di lavoro. Prova che non è sempre agevole, soprattutto per il mobbing psicologico, vuoi perché in genere è il cumulo di piccoli soprusi giornalieri che non sono documentabili, vuoi perché la sofferenza non sempre si traduce in malattia o, più semplicemente, perché la vittima di mobbing si ritrova nell’indifferenza generale, soprattutto da parte dei colleghi di lavoro.

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