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Le parole, anche in inglese, servono a definirci

L'uso della lingua inglese ormai è dovunque. L'importante è non farci sopraffare, facendo attenzione soprattutto alla comprensibilità del nostro linguaggio, scegliendo bene le parole da utilizzare, tenendo conto del contesto. 

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Le parole, anche in inglese, servono a definirci

Sull’uso massiccio di parole inglesi nella nostra lingua, come decenni fa toccò al francese, si è espressa in più occasioni l’Accademia della Crusca: non è un fenomeno negativo in sé, dal momento che le lingue si evolvono e si mischiano continuamente da sempre. Non si tratta quindi di tornare ai tempi in cui si doveva gridare “rete” e non si poteva esultare urlando “goal”.

Il punto cioè non è l’origine delle parole, ma la loro comprensibilità: spesso vengono usati termini inglesi al posto di parole italiane esistenti e molto chiare.

Perché, quindi, gli italiani, mediamente, usano così tanti termini inglesi quando parlano italiano per poi non conoscere così bene l’inglese come seconda lingua?

Innanzitutto, l’inglese si è imposto, dovunque, perché è la lingua della tecnologia e di Internet.

In seconda battuta, il fenomeno rivela un mal celato senso di inferiorità: secondo la mentalità comune, dire una cosa in inglese ci rende più interessanti e ci fa sembrare perfino più competenti, vuoi mettere “job act” piuttosto che, banalmente, “legge sul lavoro”.

E poi vi è un sottile ma potente motivo comunicativo: esprimere un concetto sgradevole in un’altra lingua, ne attenua la carica emotiva e quindi lo rende maggiormente accettabile.

Sorge, cioè, il dubbio che non si voglia appositamente far comprendere la portata dell’argomento perché ad esempio “spending review” è molto più soft di un esplicito “taglio delle spese”.

Infine, può anche capitare che un neologismo sia inglese perché su un certo argomento ci hanno riflettuto prima le società anglofone.

Ed è, ad esempio, il caso della tripletta: mansplaining, manterrupting, bropriating per cui “diamo all’inglese, quello che è dell’inglese”.

Mansplaining (man, explaining) è la parola che indica l’atteggiamento paternalista di quell’uomo che, svalutando la sua interlocutrice, spiega argomenti molto ovvi magari condendo il discorso con il più classico dei “mi segui?”. 

Manterrupting (man, interrupting) è il termine che descrive l’atteggiamento arrogante di quell’uomo che interrompe una donna mentre sta parlando e non le lascia finire quello che sta dicendo: gli esempi nella vita pubblica si sprecano. 

E non è questione di sensibilità soggettiva se la Corte Suprema USA, riconoscendo il problema, ha modificato le regole per le discussioni in tribunale in modo da evitare che giudici e avvocati maschi interrompano le loro colleghe, con conseguenze che ricadono altresì sull’esito dei processi. 

Infine, bropriating (brother, appropriating) definisce la condotta professionale scorretta dell’uomo che si appropria dell’idea messa a punto da una collega, prendendosene il merito, con un contesto lavorativo che lo appoggia.

Naturalmente, non si sentano colpiti gli uomini di buona volontà. Tuttavia, se le parole esistono, è perché servono.  

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