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Viaggio nella nuova Cuba

L'esperienza di ventisei trevigiani - di Paese, di Badoere e Morgano, di Rio San Martino, Quinto e Zero Branco, Scorzè e Susegana - in visita nell’arcipelago caraibico dal 6 al 19 marzo scorso.

Viaggio nella nuova Cuba

Il mezzo migliore con cui si viaggia a Cuba? L’autostop. Agli incroci decine di persone usano questo metodo e c’è perfino una legge che le agevola, con certe categorie di automezzi obbligate a fermarsi. Li chiamano bus “Aspirina”, perché evitano il grattacapo di attendere quelli pubblici, fatiscenti. Ciò avviene anche nelle autostrade dove circolano liberamente pure carretti trainati da animali, mandrie di buoi e pecore, biciclette e moto, oltre alle rare automobili. Un paese giovane, di 11,4 milioni di abitanti, con la doppia moneta - il cuc per i turisti (circa 0,90 €), che vale 24 volte di più rispetto al peso nazionale - e solo il 13% di ultrasessantenni, ma alla fame non si sopperisce con l’ideologia. Così Cuba, con le sue 1.500 isole minori, si presenta al visitatore che voglia uscire dai soliti itinerari imposti dalla promozione turistica, l’unico paese al mondo in cui vigono ancora le tessere per accedere, facendo lunghe file, ai generi alimentari, razionati, da sopravvivenza, venduti a prezzi imposti, poi ci si arrangia in qualche modo e capita che la gente ti aspetti fuori dell’albergo per chiederti una saponetta. Stipendi, chi ha la fortuna di lavorare, che vanno da 10 a 25 cuc al mese, e intanto ci si arrangia in qualche modo. Furti e prostituzione sono all’ordine del giorno, con la gente che vive letteralmente ingabbiata perché, quando c’è fame, è lecito rubare anche al vicino o al miglior amico. All’aeroporto di L’Avana non c’è una toilette con la serratura o con il sedile del water, tutto è stato rubato. Lungo le strade però non mancano poster inneggianti alla Rivoluzione: “Gracias Fidel”; “Cuba es nuestra”; “Identitad, cultura, tradition”, “Patria o muerte. Venceremos!”. Ma sopra tutti emerge forte la figura del padre di questa rivoluzione, il boliviano Che Guevara, che campeggia ovunque, al quale i cubani hanno dedicato un imponente mausoleo a Santa Clara: “Hasta la victoria, siempre!”. Ideologia certo, ma ora a che serve? Contro chi? O meglio, a cosa è servita la pur giusta Rivoluzione? A cadere dalla padella alla brace? Pare proprio di sì. Solo che ora il popolo non ha nemmeno la forza fisica per ribellarsi. Le strade, con rara segnaletica e raro traffico, sono rimaste quelle di 60 anni fa, del governo coloniale di Battista, costruite dagli americani, ora piene di buche senza che si noti un lavoro in corso, e l’autista del pullman, che trasporta un gruppo di trevigiani, è costretto a fare lo slalom per evitarle.

Tutto è statale: la terra, la casa, il lavoro, il turismo, e pure il banchetto che vende acqua minerale sulla piazza di Trinidad, se si eccettuano i circa 500.000 piccoli artigiani che hanno ottenuto il permesso di mettersi in proprio pagando il 10% di tasse e che da soli costituiscono il 13% delle entrate statali. Nonostante questi, si fatica a trovare una stanza d’albergo che sia a posto. I cubani sembrano accettare tutto ciò senza ribellarsi, ma quando Obama aveva aperto alla collaborazione, hanno festeggiato per giorni cantando e ballando nelle piazze evidenziando una forte euforia, con i giovani che guardavano verso il cielo, come la palma reale simbolo della nazione, a un nuovo e brillante futuro. Molti, infatti, pensavano di mettersi in proprio per essere protagonisti di una nuova stagione, ma ora Trump ha fatto ripiombare questo popolo nell’oscurità, spegnendo ogni lume di speranza.

Un paese dalle grandi potenzialità che, se aprisse le porte alla democrazia e ai mercati esteri, potrebbe beneficiare di un sicuro boom economico, ma l’ideologia e il nazionalismo sembrano prevalere su tutto, e si trascurano musei, chiese e palazzi che potrebbero costituire una sicura fonte di attrazione turistica - per fortuna alcuni siti sono dichiarati patrimonio dell’Unesco - e così, intanto, un milione di cubani hanno abbandonato l’Isola per la vicina America e altri lidi, mentre chi è rimasto tira la cinghia. Fortunati sono coloro che lavorano nel turismo e possono beneficiare delle mance che lasciano i villeggianti. La guida, Maria, nomina spesso la Baia dei Porci, disfatta americana, svicolando però sulla base di Guantanamo.

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Ad avvantaggiarsi di questa arretratezza è l’ambiente, la natura ancora integra con la penisola di Zapata patria dei coccodrilli, lagune di delfini, valli lussureggianti come quella di Viñales, di integra bellezza in un clima caraibico da favola, e così le tradizioni e la cultura, la musica, le uniche a non essere trascurate in questo paese, e non è poco. Le scuole, infatti, sono in primo piano e funzionano dato che Cuba esporta cervelli in tutta l’America Latina, forse perché “la necessità aguzza l’ingegno”, ma meglio sarebbe che trovassero impiego in patria, cosa impossibile. La sanità è gratuita e con l’industria farmaceutica e la ricerca scientifica sembrano essere le sole a stare al passo, tuttavia pure qui le prime cause di morte sono i tumori e le malattie cardiache. Il turismo è la seconda voce d’introito, con l’Italia che dà il suo contributo tenendo la quinta posizione dopo Spagna, Germania, Russia e Canada. Fuori dalla capitale e nelle città più importanti come Pinar del Rio, Cienfuegos, Trinidad, Santa Clara (dove 60 anni fa è iniziata la ribellione castrista), Sancti Spiritus, Guantanamo e Santiago, si vive di una povera agricoltura, fatta di modesti appezzamenti lavorati a braccia e con l’aiuto degli animali come si faceva tanti anni fa da noi, approfittando soprattutto della stagione invernale, quando il caldo si attenua. Tabacco per i famosi sigari cubani, banane, mango, papaya, cocco, meloni, angurie, canna da zucchero, sono le principali coltivazioni con l’aggiunta della pesca e delle distillerie di rum, ma lo Stato incamera tutto e si vedono in giro tanti accattoni vinti dall’inedia. Infrastrutture vecchie e fatiscenti che abbisognerebbero di capitali freschi, premessa per un minimo di sviluppo industriale.

A dare un po’ di ossigeno è il turismo balneare con spiagge bianchissime e ben servite, acque chiare smeraldine e calde sia dell’Atlantico sia del Mar dei Caraibi, residence lussuosi - in cui si paga anche per il wi-fi - che stridono con il mondo reale esterno, strutture per cui lo Stato ha aperto la porta ai capitali esteri mantenendo però il controllo con il 51% per tenere a bada gli avvoltoi del capitalismo che qui volteggiano numerosi. Una contraddizione se si pensa che per mantenere il comunismo il regime ha bisogno del nemico, ossia del capitalismo: un fallimento. Regimi come questo non hanno senso di esistere. Dove stanno i diritti umani? L’ideale sarebbe una via di mezzo.

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A infondere un po’ di speranza è venuto il Papa nel 2015, celebrando ed esortando nella piazza della Rivoluzione, dando fiducia alla gente e contribuire ad allacciare i rapporti con l’Occidente, ora nuovamente impantanati. Scarseggiano i preti per mancanza di vocazioni e il vescovo di Trinidad ha chiesto aiuto a sacerdoti spagnoli perché vi si trasferiscano. Non manca però la voglia di divertirsi dei giovani nati dopo la Rivoluzione: si suona e si canta ovunque, per le strade e in ogni locale pubblico, soprattutto per necessità oltre che per divertimento. La canzone tuttora più nota è Guantanamera, scritta da un innamorato respinto dalla sua amata guajira (contadina di Guantanamo). E proprio dai giovani, nell’era della globalizzazione, di internet, potrebbe venire la spinta per un cambiamento, attenuando l’isolamento in cui Cuba si trova, intraprendendo rapporti con i paesi più evoluti e in grado di portarvi un po’ di benessere.

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Anche tanti scapoloni italiani arrivano a Cuba forse intendendo di “aiutarli a casa loro”, ma è fin troppo ovvio che, in questo caso, si tratta di turismo sessuale a basso costo. Qui si commercia con i paesi dell’America Latina, oltre che con la Russia e la Cina. Pure gli autobus sono cinesi, acquistati dall’agenzia statale Gaviota che ha in mano il monopolio turistico. Allora, “Cuba es nuestra?”. Mai come ora Cuba è di tutti.

Questo hanno potuto constatare i 26 trevigiani - di Paese, di Badoere e Morgano, di Rio San Martino, Quinto e Zero Branco, Scorzè e Susegana - che hanno visitato l’arcipelago caraibico dal 6 al 19 marzo scorso.

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