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Al Ca' Foncello il reparto di Oncologia è operativo

Il primario Adolfo Favaretto rassicura i pazienti all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso: “Ci siamo spostati e abbiamo letti in più”. Manca il tempo da dedicare ai malati, l’“umanizzazione delle cure”.

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Al Ca' Foncello il reparto di Oncologia è operativo

“Cammino per il reparto e non incontro nessuno e come se facessi sempre il turno di notte. Fa impressione, come fanno impressione le strade vuote in questi giorni. Lavori con la paura, anche se non abbiamo a che fare con pazienti Covid positivi”. Adolfo Favaretto, da primario di oncologia all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso da quattro anni, una vita in ospedale a curare tumori, confessa che la situazione anche per lui è del tutto nuova. “Il peso lo senti soprattutto quando torni a casa dalla moglie e dal figlio. Il clima cupo che ti circonda te lo porti dietro. Fino a quando lavori, rispondi al telefono, guardi gli esami, parli con i pochissimi pazienti che vedi - perché le visite comunque sono un rischio, si fanno solo quando sono proprio necessarie -, non hai il tempo per pensare: è quando torni a casa che tutto assume contorni più chiari. Per ora non riusciamo a vedere il futuro, non sappiamo cosa ci aspetta, non facciamo progetti”.

Tutti i giorni dalle 7.30 al pomeriggio avanzato il dottor Favaretto è in ospedale. Le malattie, in particolare quelle oncologiche, non si fermano davanti al virus. “Siamo aperti e operativi come altri reparti, ci hanno un po’ sballottato per fare posto ai reparti Covid, adesso siamo sopra l’urologia. Abbiamo avuto un solo giorno per trasferirci, ma ce l’abbiamo fatta. Non abbiamo più gli studi, ma abbiamo due posti letto in più, quattordici, e ogni giorno seguiamo una cinquantina di pazienti per le visite”. Il Covid ha colpito marginalmente il suo reparto, un medico e due infermieri, situazioni che si stanno risolvendo. “La collega dovrebbe tornare presto a darci una mano e per il resto abbiamo tutte le attenzioni: mascherina, guanti, camici. I pazienti, anche quelli che vengono per la chemioterapia, sono tutti scaglionati, accedono facilmente e trovano già le medicine pronte. Tutto è organizzato per avere il minimo contatto, pericoloso per noi e per loro. Certo così, con la mascherina e poche parole è molto difficile. Prima ti fermavi a dire una parola al paziente, adesso non lo fai più. I controlli per chi sta meglio sono rinviati. Si guardano gli esami, le tac ed eventualmente si fa un triage telefonico. Peccato perché avevamo fatto molto per l’umanizzazione delle cure che nel mio settore è fondamentale”. Favaretto ha organizzato una bella squadra di medici oncologi, tutti piuttosto giovani, sulla quarantina e piena di voglia di fare. Gli infermieri li divide con ematologia, ma anche qui il gruppo ha reagito abbastanza bene all’emergenza. “Certo l’ospedale è cambiato profondamente. Abbiamo avuto a Treviso un cluster ospedaliero e abbiamo reagito bene, così mi pare complessivamente il Veneto. Vedo che si sono allestite sale di terapia intensiva. La chirugia è ridotta all’osso visto che i rianimatori sono tutti impegnati. Si opera solo se non è rinviabile, comunque si opera, non siamo travolti dal Covid. Il Pronto soccorso ha diminuito drasticamente gli accessi, sono scomparsi i codici bianchi, se poi c’è il sospetto del Covid ci sono percorsi dedicati in ospedale”.

“Credo che finora abbiamo risposto bene, a Venezia e Rovigo vedo che è andata ancora meglio di Treviso. Dobbiamo essere prudenti fino a che non finirà, perché certo finirà”. 

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