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Amnesty International: sessant'anni di impegno per i diritti umani, "fondamentali costanza e pazienza"

L'intervista a Nicola Dalla Pasqua, attivista trevigiano. E' il referente storico della sezione cittadina e collabora con la ong dal settembre 1989

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Amnesty International: sessant'anni di impegno per i diritti umani, "fondamentali costanza e pazienza"

Il 28 maggio 1961 l’avvocato inglese Peter Benenson avviò la prima campagna di Amnesty International, con un appello sul quotidiano britannico Observer. Due studenti portoghesi erano stati appena arrestati per aver brindato alla libertà sotto la dittatura di António Salazar. I due ragazzi avevano ragione, stava davvero cominciando il decennio della libertà e dell’entusiasmo per tanti giovani, ma non per loro.

Dopo 60 anni, Amnesty International continua a chiedere la scarcerazione dei “prigionieri di coscienza” per motivi politici, religiosi, etnici o di opinione, come lo studente egiziano Patrick Zaki iscritto all’Università di Bologna: dal 1961 a oggi, sono oltre 50.000 i “prigionieri di coscienza”che questa ong, presente in 70 Paesi, ha contribuito a liberare, perché vengano difesi i diritti, che non sono oggetto di scambio e non possono essere sottoposti a necessità.

Nell’ultimo Rapporto pubblicato lo scorso aprile si evidenzia come la pandemia abbia consentito ad alcuni Governi di utilizzare i poteri di emergenza per reprimere gli oppositori e il dissenso, mettendo in luce profonde disuguaglianze. Ciò apre nuovi scenari di impegno per la tutela dei diritti umani, come la vigilanza sulle politiche di austerità economica, sulla sospensione o riduzione dei diritti sociali ed economici, sull’aumento delle povertà.

Nicola Dalla Pasqua, attivista trevigiano di 54 anni, è il referente storico sezione di Treviso di Amnesty International. Gli abbiamo rivolto alcune domande in occasione del sessantesimo anniversario dell’ong.

Come sei arrivato a impegnarti in Amnesty International?
In casa Dalla Pasqua, Amnesty International è una cosa di famiglia. Mio fratello maggiore era stato attivista e responsabile del gruppo, l’ottavo fondato in Italia, a cavallo tra gli anni settanta e ottanta. Quando anch’io ho sentito la necessità di impegnarmi nel volontariato, ho scelto Amnesty. Al limite, mi son detto, se non mi fosse piaciuto, avrei fatto altre scelte.

Da quanto tempo sei coinvolto?
Sono entrato in Amnesty International nel settembre 1989, due mesi prima della caduta del Muro di Berlino. Sono passati, quindi, 32 anni…

Cosa ti spinge, dopo tutti questi anni, a continuare a dare voce a chi non ha voce?
La motivazione principale sta proprio nella domanda stessa. Amnesty International è nata da un articolo di un avvocato inglese, Peter Benenson, dal titolo “The forgotten prisoners”, cioè “I prigionieri dimenticati”. Portare alla luce i casi e le storie dimenticate per me rappresenta ancora la ragione principale del mio attivismo. L’altro motivo importante, collegato al primo, sta nel permettere e facilitare il lavoro di difensori dei diritti umani e associazioni, occupandoci dei loro casi, della situazione del Paese dove operano e facendo approvare leggi che migliorino le libertà di tutti.

Amnesty ha appena compiuto 60 anni di vita. Perché credi sia importante l’impegno dei giovani?
I giovani sono e saranno sempre la linfa vitale, che permetterà ad Amnesty International di rinnovarsi e di restare al passo con i tempi nella strenua lotta per il rispetto dei diritti umani. Per questo e altri motivi riteniamo fondamentale il lavoro di educazione ai diritti umani che svolgiamo nelle scuole, con studenti e insegnanti, e nelle varie associazioni che abbiamo l’occasione di incontrare.

Quali competenze bisogna avere per diventare un’attivista per Amnesty?
E’ senso comune pensare che per far parte di Amnesty International servano particolari competenze tecniche o legali. In realtà, Amnesty International è trasversale, nel senso che vi si trovano mille sfaccettature sia sociali che lavorative e pure caratteriali e di pensiero. Sicuramente, fondamentali sono il rispetto per l’opinione altrui e la capacità di lavorare in gruppo. E, senza dubbio, grande costanza e pazienza. I cambiamenti che Amnesty persegue non avvengono in una notte o in una settimana, per cui anche queste ultime caratteristiche sono molto importanti.

Quali sono le principali attività e azioni che il tuo gruppo sta portando avanti?
Da quando la nuova giunta comunale di Treviso aveva tolto lo striscione “Verità per Giulio Regeni” avevamo cominciato a fare dei sit-in in piazza, continuati fino a gennaio di quest’anno. Da febbraio, stiamo svolgendo la stessa attività per chiedere la liberazione dello studente egiziano e attivista per i diritti umani Patrick Zaki, che il 16 giugno ha compiuto 30 anni. I sit-in continueranno anche quest’estate non solo a Treviso ma anche a Silea e a Roncade. Purtroppo quest’anno, causa Covid, l’attività nelle scuole si è ridotta al lumicino.

Potresti raccontarci brevemente di un’attività per cui ti sei impegnato ed è stato raggiunto l’obiettivo che vi eravate prefissato?
Senza dubbio l’aver rivisto a Treviso lo striscione “Verità per Giulio Regeni” seppure non più su palazzo dei Trecento, ma a Ca’ Sugana, comunque sede istituzionalmente molto importante, data la presenza di alcuni uffici comunali e dell’ufficio del sindaco.
Dopo due anni e mezzo di varie attività a supporto della richiesta di riesposizione dello striscione, questo successo è stato una grandissima gioia per me e per tutto il gruppo. Come detto, in precedenza due delle principali caratteristiche di un attivista di Amnesty International sono la costanza e la pazienza. E noi, alla fine, siamo stati premiati.

Infine, come è vista Amnesty dalla gente che incontrate nelle piazze durante le vostre attività?
Per quanti non sono già sensibili ai temi dei diritti umani, durante le nostre iniziative con i tavolini di raccolta firme e di sensibilizzazione su casi specifici il quadro è a corrente alternata. A volte denotiamo molto interesse, in particolare durante i sit-in con le persone che ci chiedono informazioni, a volte si uniscono a noi oppure ci fanno fotografie per pubblicarle sui social. Altre volte - e questo succede più di frequente con i tavolini - facciamo più difficoltà a raggiungere l’interesse e l’attenzione delle persone. Ma anche qui entrano in gioco costanza e pazienza. E fiducia che le cose cambino.

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