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Antonella Argenti va in "finale"

L’istituzione dell’assessorato alla Solitudine e la gestione del Covid hanno valso alla prima cittadina di Villa del Conte la “nomination” per il premio di miglior sindaco del mondo

Antonella Argenti va in "finale"

Forse non se l’era proprio immaginato, un palcoscenico internazionale, Antonella Argenti, sindaca di Villa del Conte, seimila abitanti in provincia di Padova (la frazione di Abbazia Pisani è nel nostro territorio diocesano), quando correva da una casa all’altra per portare generi di prima necessità, medicine, mascherine durante il primo e pesante confinamento anti-Covid del 2020, per poi ritornare in Municipio e restare fino a tarda notte a sistemare le carte e leggere i decreti. Poi, a novembre, la seconda ondata e tutto è ripreso più crudele di prima.

Cose che moltissimi sindaci hanno vissuto, ma la Argenti in qualche modo li rappresenta tutti. A livello mondiale, infatti, è stata notata, tanto da essere candidata al premio “Miglior sindaco del mondo”. Dopo una serie di selezioni, ora è stata inserita nella dozzina dei finalisti, unica donna ad aver ottenuto questa “nomination”. Tra i dodici ci sono due altri italiani Giuseppe Sala, sindaco di Milano e un altro veneto, Aldo D’Achille, di San Bellino, in provincia di Rovigo.

Sindaca Argenti cosa ha colpito la Fondazione “City Mayors” per inserirla tra i “sindaci che hanno servito i loro concittadini con integrità, coraggio e diligenza” durante la pandemia?
Il fatto che abbia istituito l’assessorato alla Solitudine. Fu un’intuizione che precedette di pochissimo la pandemia. Nel febbraio del 2020 nominai Graziella Vigri responsabile di questo assessorato. Era una novità assoluta, volevo che in una parola istituzionale fosse leggibile tutta la vicinanza ai cittadini mia e dell’Amministrazione nata dalla vittoria elettorale della lista civica “Con voi”. Nella mia idea, era prima di tutto un numero di telefono a cui i cittadini potevano rivolgersi per qualsiasi necessità, sicuri di trovare qualcuno pronto ad ascoltare. Io e l’assessore volevamo diventare dei “facilitatori”, perché il cittadino potesse trovare risposte nelle istituzioni, oppure in un professionista di cui aveva bisogno, o semplicemente chiedere un consiglio.

Immagino siano arrivate chiamate di ogni tipo.
Certo. Noi, se eravamo impegnate, richiamavamo non appena possibile. Ad esempio è capitato che un signore sulla quarantina, persona serena e tranquilla, mi abbia chiamata perché non riusciva a prendere un appuntamento per una visita all’Ulss. “Mi risponde sempre un signore che non mi ascolta e alla fine butta giù il telefono”. Semplicemente, il signore non si era accorto di parlare con un risponditore automatico. Bastava una piccola indicazione: una persona sola, a volte, non riesce neppure a capire chi o cosa la può aiutare.

Dopo 15 giorni però è arrivata la pandemia e il confinamento e i problemi si sono ingigantiti.
L’assessorato si è rivelato una “panacea”, in grado di venire incontro ai cittadini in tutti i modi possibili e immaginabili. I cellulari sono diventati due, aperti 24 ore su 24, e squillavano continuamente. Solo ora cominciamo a uscire dall’incalzare degli eventi. Oggi, per la prima volta, sento che le energie fisiche mi mancano e che devo recuperare un po’. Anche il mio lavoro è stato impegnativo, curo l’Ufficio stampa dell’Ulss Euganea e si può immaginare cosa ha significato in questo periodo fare comunicazione in sanità.

Quando sono cominciati i contagi, e purtroppo anche le morti, come avete lavorato?
Devo dire che, da subito, abbiamo messo a punto una task force, un gruppo di intervento, fatto di protezione civile, Croce rossa, Auser, Gruppo di volontariato. Abbiamo puntato soprattutto sui giovani, loro rischiavano un po’ meno. Quotidianamente ricevevo la lista delle persone in quarantena. Chiamavo tutti gli ammalati. Chiedevo come stavano, mi assicuravo che si misurassero l’ossigenazione del sangue, che avessero i medicinali necessari, che potessero raggiungere il medico o la farmacia. Ho utilizzato molto i social. Mettevo in rete filmati, brevi messaggi. Sono convinta che gli occhi parlino, potevo rassicurare facendomi vedere. Le morti sono state durissime: in particolare i decessi in solitudine senza il conforto dei parenti.

Si è sentita sostenuta dalle istituzioni superiori, Provincia, Regione, Stato?
Con Fabio Bui, presidente della Provincia di Padova, ero in contatto quotidiano. Non mi sento di dare colpe a nessuno: era una situazione imprevedibile, tutti hanno dato il massimo, non riesco neppure a immaginare che chi aveva responsabilità pubbliche non abbia dato tutte le sue energie. I sanitari sono stati straordinari. Certamente ci sono stati sbagli, ma, ripeto, non eravamo preparati, era una cosa del tutto nuova.

Secondo lei è cambiato qualcosa nell’animo delle persone ora?
Per me è stato arricchente. Con le mie due figlie ho fatto volontariato in Africa, sono abituata a donare il mio tempo, ma anche a ricevere. Gli anziani mi hanno dato molto, non sono fragili, ma una risorsa di umanità infinita. La mia comunità è cresciuta, abbiamo imparato ad aiutarci reciprocamente. Nel mondo, forse, è emersa una differenza più forte tra buoni e cattivi, tra generosi e non. I buoni sono diventati buonissimi, i cattivi cattivissimi. Chi era abituato ad aiutare si è messo a disposizione, chi era chiuso nel suo egoismo è stato preso dal panico e si è creato una corazza ancora più forte.

Ora si deve ripartire, e alle porte c’è un’altra emergenza, quella della ripresa.
La sfida economico-sociale scatterà con lo sblocco dei licenziamenti. Noi abbiamo grandi aziende nel nostro territorio, e un tessuto di piccole imprese in grande fermento, presto arriveremo alla resa dei conti. Mi auguro che tutto riparta, ma dobbiamo prepararci anche a una frustata economica. Abbiamo già stanziato 30mila euro, per ridurre la tassa sui rifiuti. Sto guardando dentro il nostro bilancio comunale, per racimolare fondi per il supporto alle famiglie, per le bollette, gli affitti.

E i più giovani, i bambini e ragazzi che sono stati chiusi in casa per mesi?
Non me ne sono mai dimenticata. Periodicamente vado nelle scuole a trovarli. Mi chiamano familiarmente “Anto”. Ho consegnato 700 diari in bianco, li ho chiamati i diari della gratitudine, e gli ho chiesto di riempirli dei nomi delle persone, degli animali, dei luoghi, delle piante a cui volevano dire grazie. Hanno prodotto 450 arcobaleni nelle case con la scritta “andrà tutto bene”. Dal giardino di casa, durante il confinamento, hanno fatto volare i loro aquiloni. Ora faremo una mostra con tutti i lavori realizzati dai bambini e dai ragazzi durante il lockdown.

Lei però non si ferma: ha appena affidato a Loretta Bizzotto l’assessorato alla Gentilezza.
Saranno proprio i giovanissimi ad aiutarmi a lanciarlo. Nei giardini pubblici del Comune ho fatto mettere una panchina viola, la panchina delle gentilezze. A fianco c’è una cassetta in cui uno può prendere una frase o un libro a patto che metta una sua frase o un suo libro. Desidero che, cominciando dai bambini, si usino le parole magiche: grazie, posso, permesso, per piacere. La gentilezza è la nostra ripartenza.

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