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"Aprite", l'appello dei genitori ai centri diurni

Dopo quasi tre mesi di lockdown questa è una delle urgenze più drammatiche: la riapertura dei centri diurni e i centri di lavoro guidato. Questi ragazzi hanno bisogno di uscire di casa, di ristabilire relazioni e quel minimo di contatto, almeno visivo, con ciò che per loro era quotidiano e che improvvisamente quel 10 marzo, giorno del lockdown, si è interrotto.

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"Aprite", l'appello dei genitori ai centri diurni

“Benedette cooperative, aprite perché non ne possiamo più”. Il figlio sta facendo il tampone in un ambulatorio dell’Ulss 2, la riapertura dei centri diurni per disabili è prossima e bisogna verificare se ci sono dei positivi. Non vuole stare fermo, urla e rischia di farsi male al naso, il padre a un certo punto gli urla: “Se non stai fermo non torni più a scuola” (così questi «ragazzi ormai cresciuti» chiamano i centri diurni). Antonio, ragazzo con disabilità psichica, tace e si lascia fare il tampone. Genitori e figli, tutti aspettano la riapertura.

Dopo quasi tre mesi di lockdown questa è una delle urgenze più drammatiche: la riapertura dei centri diurni e i centri di lavoro guidato. Questi ragazzi hanno bisogno di uscire di casa, di ristabilire relazioni e quel minimo di contatto, almeno visivo, con ciò che per loro era quotidiano e che improvvisamente quel 10 marzo, giorno del lockdown, si è interrotto.

“Sono giornate impegnative per me da quando Filippo è tutto il tempo a casa. Non mi pesa, lo faccio volentieri e con entusiasmo, ma, alle volte, alla sera sono proprio stanca. Ho superato i sessant’anni e le forze cominciamo a non essere più quelle di prima”. In questi giorni questa mamma si è inventata di tutto: uscire in giardino, fare la legna, preparare assieme da mangiare, da qualche giorno, i giri in bicicletta. “Non è facile, non vuole tenersi la mascherina. Poi ha sempre l’ansia di fare qualcosa, ripete in maniera ossessiva ciò che vuole, e devi avere in nervi saldi per non cedere”.

Le cooperative di gestione dei centri hanno continuato a farsi vive, quasi ogni giorno la telefonata al cellulare, la videochiamata, il video o un lavoretto da fare. “Forse avremmo avuto bisogno che gli operatori almeno una volta venissero a casa - dice il papà di Martina -, comprendiamo però la necessità di evitare il contagio. Il futuro ci appariva molto incerto, avevamo il problema a casa e niente all’orizzonte. Siamo ancora adesso nell’incertezza”.

Genitori di uomini e donne con disabilità ai tempi del Covid 19 è una condizione non solo fisica, ma anche psicologica, delicata: non c’è alcun bonus economico per chiedere l’intervento di qualcuno. “Finora - ecco un’altra testimonianza - non avevamo ricominciato a lavorare. Ma adesso l’ufficio è ripartito e se anche lavoro a casa non posso certo rispondere alle esigenze di movimento o di attività di Ilario. Mio figlio è un tipo tranquillo di base, finché c’era il blocco totale facevamo delle cose insieme, andavamo in giardino o nell’orto, adesso non posso stargli dietro, devo lavorare. L’altro giorno l’ho visto tutto il pomeriggio seduto sul marciapiede, davanti alla porta di casa, mi si è stretto il cuore, ma non potevo fare diversamente”.

Il centro diurno e le sue tante attività per questi ragazzi sono fondamentali per mantenere una vivacità intellettuale o per sentire relazioni. Difficili anche gli spostamenti.

Bisogna considerare che l’uscita diurna alla struttura magari si ripeteva sempre uguale da vent’anni, la persona con disabilità solitamente si aggrappa alle abitudini. “Ho due «ragazze», di 51 e 47 anni, le nuore mi aiutano, ma comunque sono mesi che non riesco a trovare un momento di respiro. Devo vestirle lavarle, fargli fare qualcosa, fare da mangiare, metterle a letto. Le vedo un po’ cambiate, il primo mese era tutto chiuso e loro proprio non avevano alcuno stimolo. Io sono molto anziana e ho faticato anche a mettergli a disposizione i mezzi tecnologici che la cooperativa mi chiedeva di usare”. Questa mamma ha avuto momenti di profondo sconforto.

Ora sul calendario ci sono ipotetiche date di ripresa, molto parziale, prudentissima e costruita attorno a un patto tra genitori, cooperative di gestione dei centri, Comuni e Ulss.

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