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Assegno unico per i nuovi nati già nella manovra economica, anche il Centro della Famiglia insiste

Giovedì della scorsa settimana, al flash mob organizzato dal Forum nazionale delle Associazioni familiari davanti a Montecitorio, a Roma, per ribadire il progetto dell’assegno unico per i figli, hanno partecipato anche alcuni trevigiani: una coppia di coneglianesi e due rappresentanti del Centro della Famiglia di Treviso, Adriano Bordignon e il direttore, don Francesco Pesce, con il quale abbiamo fatto il punto sulla manifestazione e sulle attenzioni che le famiglie si aspettano dalla politica.

Assegno unico per i nuovi nati già nella manovra economica, anche il Centro della Famiglia insiste

Giovedì della scorsa settimana, al flash mob organizzato dal Forum nazionale delle Associazioni familiari davanti a Montecitorio, a Roma, per ribadire il progetto dell’assegno unico per i figli, hanno partecipato anche alcuni trevigiani: una coppia di coneglianesi e due rappresentanti del Centro della Famiglia di Treviso, Adriano Bordignon e il direttore, don Francesco Pesce, con il quale abbiamo fatto il punto sulla manifestazione e sulle attenzioni che le famiglie si aspettano dalla politica.

Innanzitutto, in questi mesi si parla sempre di più di assegno unico. Di cosa si tratta?

Si tratta di una proposta del Forum delle Associazioni familiari assolutamente innovativa per l’Italia. Al centro dell’assegno unico non c’è il reddito, ma ci sono i figli. La nostra proposta di assegno unico universale per il figlio non è legata all’essere figli di lavoratori dipendenti ma è anche per i figli dei disoccupati e dei lavoratori autonomi. Non è legata nemmeno al reddito, perché non si tratta di una lotta alla povertà. Non si capisce, infatti, perché lo Stato contribuisca per l’acquisto di un condizionatore ma chieda l’Isee per le spese per educare un figlio.

Quale l’efficacia dell’iniziativa davanti a Montecitorio?

L’obiettivo non era una manifestazione-fiume, ma un flash mob che facesse vedere la desolazione di 300 passeggini e seggiolini irrimediabilmente vuoti. L’eloquenza del silenzio offerto vale forse più di mezzo milione di persone. E’ anche la plastica rappresentazione di questo nostro Paese che sceglie di guardare solo al passato o all’immediato presente e che continua a perdere pezzi ogni anno e, ancora, la profezia di quello che saremo se non provvediamo ad attivare un repentino e deciso cambio di rotta sui temi delle politiche familiari e sulle azioni di lotta al crollo demografico.

Quali reazioni ha suscitato l’iniziativa?

Molte famiglie sarebbero volute andare a Roma, ma hanno cercato comunque di partecipare attraverso i social. Nella base scorre un sentimento diffuso che accomuna molte famiglie italiane. In più di alcune la rabbia ormai ha fatto spazio alla rassegnazione per un sistema che sembra sordo alle fatiche e agli appelli di famiglie, di economisti, di demografi e di sociologi. Di famiglia si parla, tanto, in campagna elettorale ma da troppo tempo alla prova dei fatti ci siamo trovati di fronte a palliativi estemporanei e non a interventi strutturali per sostenere le famiglie nel loro compito.

Oltre al flash mob è stata inviata una lettera-richiesta ai 72 parlamentari veneti. Quali le risposte avute dai politici?

Sì, abbiamo scritto ai parlamentari eletti in Veneto trovando risposte positive da molti. Finora ci hanno risposto due di Fratelli d’Italia (Caretta e Maschio, ndr), cinque della Lega (Coin, Andreuzza, Manzato, Candura e Fontana, ndr) e tutti i parlamentari del Partito Democratico (Dal Moro, De Menech, Pellicani, Zan, Zardini, D’Arienzo e Ferrazzi, ndr) tranne la veronese Alessia Rotta. Tutti concordano sulla centralità di misure di sostegno alle famiglie.

Sul progetto dell’assegno unico stavolta sembra esserci un’attenzione maggiore rispetto al passato, anche se le risorse di cui si parla sono limitate. Che sia la volta buona di una svolta?

Come Forum non molliamo fino alla fine. Fino a sei mesi fa nessuno aveva mai sentito parlare di questa misura. Oggi è nel dibattito parlamentare e trova adesioni in tutte le maggiori forze del Paese. Ma a noi non basta! È il momento di scelte coraggiose oggi: sentire ancora promesse per azioni da mettere in atto nel 2020 ci lascia dubbiosi e tiepidi, vista la breve durata dei nostri governi.

Se le politiche a livello nazionale sono decisive per più motivi, dal vostro osservatorio come valutate l’operato degli enti più vicini a noi, come la Regione, i Comuni?

A livello locale le cose vanno un po’ meglio, ma non tanto. Ci dispiace constatare che, malgrado vi sia una “presenza al tema” delle politiche familiari e della natalità più sviluppata negli Enti locali, siamo ancora fermi al palo. I Comuni da soli riescono a fare ben poco. Devono avere la capacità di mettersi insieme e di programmare sul lungo periodo mettendo risorse a disposizione. La Regione deve favorire questi processi vivificando strumenti quali i Piani di zona, che a oggi sono scatole vuote e che non riconoscono ai temi della famiglia e della natalità un ruolo strategico.

Le richieste di iniziative e di risorse a sostegno della famiglia vengono fatte ormai da decenni in Italia, senza che ci siano risposte adeguate. Come si può spiegare? Perché non viene riconosciuto il valore della famiglia per la società? E perché, in virtù di questa sua importanza, non viene sostenuta adeguatamente?

Credo che un motivo sia l’approccio individualistico che segna la nostra politica, la nostra società, ma anche la nostra visione della realtà: in fondo, noi guardiamo alle persone come individui e non a persone inserite in un contesto di relazioni. Sorprende anche che una consistente presenza di comunità cristiane non abbia saputo incidere a livello politico in modo strutturale, non intendendo con questo la formazione di un partito cattolico, ma la diffusione dei principi della Dottrina sociale della Chiesa (destinazione universale dei beni, bene comune, sussidiarietà, solidarietà). Ci si è buttati più sul volontariato e sulla carità che non nell’impegno nell’amministrazione, nella politica, nell’associazionismo. Un altro motivo può essere individuato nel “tanto mi arrangio”: come italiani siamo abituati a “farcela in qualche modo”, e così anche le famiglie, come se questo stile fosse la normalità. Si rimane invece stupiti, quando si sentono raccontare le politiche familiari in atto in altri Paesi europei. Un ulteriore motivo è la visione privatistica che segna spesso il modo di guardare alla propria famiglia, come segnalato da frasi simili alle seguenti: “Mi preoccupo di casa mia, il resto non mi interessa”. Su tutt’altra prospettiva, invece, un papà di tre figli: “Io e mia moglie ci chiediamo se quando siamo a tavola con i nostri figli riusciamo a far entrare il mondo. Cosa diamo loro da mangiare?”.

Restando all’assegno unico, quali benefici ne deriverebbero? Per superare la crisi demografica, quali ulteriori iniziative occorrerebbe attuare?

L’assegno unico, riconoscendo il figlio come un bene comune, può aiutare le famiglie a sentirsi parte e protagonisti della società, e non solo fruitori di beni sociali, facendo superare il rischio di pensare solo al bene proprio. Altre iniziative che si possono potenziare ed estendere sono il welfare aziendale familiare, per ora fattibile dentro a grandi aziende, e il “fattore famiglia”, già in vigore in Lombardia o in alcuni Comuni. Entrambe queste misure tengono conto della famiglia come bene e come soggetto da valorizzare e sostenere. Altra misura è la conciliazione famiglia-lavoro, con maggiori possibilità di accedere al part-time, alla flessibilità oraria, al telelavoro.

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