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Brexit: ora l'export è più difficile per le Pmi

Il Regno Unito non fa più parte dell'Ue. Per le imprese italiane e venete esportare i propri prodotti diventa un po' più complicato. L'organizzazione dipende da quanto è strutturata l'azienda: due racconti dal territorio

Brexit: ora l'export è più difficile per le Pmi

Con l’entrata in vigore di Brexit, il primo gennaio 2021 il Regno Unito ha lasciato il mercato unico europeo e l’unione doganale europea insieme a tutte le politiche dell’Unione e gli accordi internazionali. Così si è messa la parola fine alla libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali tra il Regno Unito e l’Ue.

I due soggetti costituiscono dunque, ora, due mercati distinti e due spazi separati dal punto di vista normativo e giuridico. Insomma l’Inghilterra è ufficialmente un Paese terzo. Le ripercussioni nell’ambito dello scambio merci non si sono fatte mancare: tempi dilatati e code per operazioni doganali (con impatti in termini di costi e di aderenza alle norme), incognite su Iva, accise, regole extratributarie (come ad esempio sulla sicurezza del prodotto – marchio Ce e nuovo marchio Ukca), burocrazia e costi extra più o meno nascosti mettono a rischio le esportazioni italiane e venete verso il Regno Unito.

Come se non bastasse l’export verso l’Inghilterra ha subito un duro contraccolpo anche a causa della pandemia.

Il made in Veneto sul mercato del Regno Unito prima dello scoppio della pandemia (2019) valeva 2,2 punti di Pil (1,4 punti per Italia) e registrava una crescita rispetto al 2018 del 2,5%. Gli ultimi dati forniti da Confartigianato Imprese Veneto, aggiornati a settembre 2020, permettono di stimare, nell’intero 2020, in 2,9 miliardi di euro le esportazioni venete verso il Regno Unito e in 550 milioni di euro le importazioni con un saldo commerciale positivo pari a 2.350 milioni. Gli effetti della crisi Covid-19 sono però pesanti. Nel 2020 le esportazioni venete verso Uk diminuiscono del -21% (quasi il doppio rispetto al calo italiano -11,9%) per un calo di 760 milioni di euro, performance peggiore rispetto al -11,2% delle vendite regionali verso tutti i paesi extra Ue.

Per le aziende del territorio che fanno export, quello che ha contato di più per non trovarsi impreparate di fronte alla Brexit è stata l’organizzazione preventiva del lavoro. A rischio tuttavia sono soprattutto le piccole e medie imprese, pilastri del tessuto economico veneto, sia per le minori capacità organizzative, sia per l’aumento della burocrazia alla dogana che favorirà chi ha capacità di esportazione maggiore: “Se un’impresa inglese dovesse importare 10 pallet con dieci tipologie di prodotti diversi, ad esempio vini di diverse qualità - ha spiegato Sabrina Rodelli, export manager di La cantina Pizzolato, azienda produttrice di vino biologico con sede a Villorba - preferirebbe acquistarli tutti da un unico esportatore che abbia tali capacità, espletando una volta sola le pratiche di sdoganamento, anziché da dieci piccoli produttori diversi”.

Inoltre, per le imprese che già esportavano i loro prodotti in Paesi extra Ue è stato sufficiente riclassificare sotto tale dicitura il Regno Unito, mentre chi esportava solo all’interno dell’Unione ha avuto più difficoltà anche da un punto di vista amministrativo.

Gianni Marcato, consigliere di amministrazione di Sirca, azienda produttrice di resine e vernici con sede a Massanzago, e Marco Bertoldo, dell’ufficio commerciale estero, sono decisamente soddisfatti dell’organizzazione dell’azienda: “Partiamo dal presupposto che si tratta di un’azienda con 100 milioni di euro di fatturato all’anno - ha spiegato il dottor Marcato -. Siamo una società organizzata, sicuramente le aziende più piccole hanno avuto più difficoltà. Circa un milione di euro ci arriva dell’export nel Regno Unito, quindi già da settembre-ottobre ci siamo preparati”.

“Tramite un consulente doganale - ha chiarito Bertoldo - abbiamo effettuato la domiciliazione doganale nel Regno Unito e ci siamo registrati al portale Rex per l’Inghilterra. Abbiamo avvisato il nostro distributore sull’isola affinché prendesse contatti per l’import. Dunque a metà dicembre eravamo pronti e da gennaio abbiamo iniziato le spedizioni come Paese extra-Ue. Tuttavia questo ha implicato un ulteriore costo per l’azienda”.

Più che di eventuali dazi, che si ripercuoterebbero sul prezzo del prodotto finale e sulla sua possibilità di essere competitivo, tuttavia Marcato è preoccupato per l’aumento dei costi delle materie prime: prodotti chimici sempre più cari e di difficile reperibilità, che rischiano di mettere in difficoltà il mercato.

La Cantina Pizzolato invece, nonostante sia un’azienda che produce 7 milioni di bottiglie all’anno e che esporta il 90% del prodotto, ha riscontato alcune difficoltà: “Il Regno Unito rappresenta il 2% del nostro mercato - ha chiarito Rodelli - e la brexit sta comportando significativi rallentamenti a spedizioni e consegne. Le incertezze burocratiche sono molte e pochi i trasportatori che effettuano anche il servizio di sdoganamento. I clienti ci chiedono di importare con sdoganamento a nostro carico, ma le procedure sono complesse e onerose e anche se non abbiamo quantificato l’incidenza dei nuovi dazi sicuramente renderanno i nostri prodotti meno competitivi. Si fa fatica a reperire informazioni e manca una cabina di regia fra trasportatori, uffici doganali e aziende. Questa Brexit sarà una grossa scrematura per tante piccole imprese”.

Articoli e dati completi nel numero di Vita del Popolo in uscita il 28 febbraio

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