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Bullismo, il disagio silenzioso

Intervista allo psicologo trevigiano Oscar Durante: “Oggi le offese attraverso i social network rimangono a testimoniare l’onta che viene diffusa a tutti senza che il giovane sappia come difendersi”. Servono adulti capaci di insegnare a chiedere aiuto e a proteggersi.

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Bullismo, il disagio silenzioso

Due ragazzi tra 11 e 17 anni su dieci hanno subito atti di bullismo una o più volte al mese. Sono le ragazze ad essere più colpite. Al Nord si verificano più frequentemente episodi. Sono dati Istat sul “Bullismo in Italia” del 2014, gli ultimi disponibili di un fenomeno in crescita, emerso gravemente nel recente caso della dodicenne di Pordenone che ha tentato il suicidio. Non casi isolati, non nuovi, ma sempre più pesanti da sopportare come si evince in questa intervista allo psicologo e psicoterapeuta Oscar Durante, studio a Catena di Villorba e che presta servizio di spazio-ascolto all’Istituto comprensivo Serena di Treviso.
Dottor Durante, bulli e vittime ci sono sempre stati. A rendere più gravi le conseguenze è il poter diffondere la vessazione attraverso social network?
E’ vero, bulli e vittime ci sono sempre stati, ma se una volta l’offesa veniva detta a voce o scritta in un biglietto, dopo un po’ se ne poteva perdere le tracce. Oggi le offese attraverso i social network rimangono, a testimoniare l’onta che viene diffusa a tutti senza che il giovane sappia come difendersi e come chiedere aiuto. La situazione può diventare drammatica. Ma non è il social network che va demonizzato, è l’uso che se ne fa. Pochi adulti si curano di accompagnare gli adolescenti all’uso di questi mezzi, che non significa saperli far funzionare dal punto di vista tecnico. E’ necessario, se vogliamo darli in mano ad adolescenti, vigilare e stimolare gli adolescenti ad imparare a pensare alle possibili conseguenze per sé e per gli altri delle loro azioni, dei commenti che fanno, delle foto che postano.
L’esistenza di baby gang al femminile cosa sta a significare? Un’emancipazione nel peggiore dei modi?
Si tratta per certi aspetti di un modo di esprimere la loro identità e di affermarsi provvedendo, per come hanno imparato a fare, ai loro bisogni di attenzione, stima, riconoscimento ecc. Si tratta di comportamenti con cui in qualche modo colmano in modo inappropriato un grande vuoto. L’esistenza di baby gang al femminile evidenzia il fenomeno del “bullismo al femminile”, in cui la componente di aggressività può essere diretta, agita in modo anche fisico, al pari dei maschi. La parte meno evidente, ma forse più pericolosa perché non appare quasi mai e rimane sommersa, sono tutte le vessazioni e le emarginazioni continue che avvengono in modo subdolo attraverso le più varie strategie, allo scopo di escludere l’altra/o attraverso calunnie, offese, prese in giro che posso riguardare anche aspetti fisici, agite quindi attraverso violenza psicologica.
Al di là della denuncia, ci sono modi per insegnare ai ragazzi a reagire in modo lecito al bullismo?
Chi è vittima di bullismo in genere ha molta paura e si vergogna, si trova come in un vicolo cieco e buio in cui è da solo e non sa come uscirne. Le strategie per imparare a reagire si fondano sul costruire, attraverso solidi rapporti con altri di cui si possa fidare, una sana autostima in se stesso in modo che questi ragazzi possano avere “la schiena dritta” anche se vittime di bullismo. A mio parere la chiave sta nell’avere adulti capaci di insegnare l’abilità che consiste nel chiedere aiuto quando si è in difficoltà e nel difendersi e proteggersi anche emotivamente, conservando il rispetto per sé e per l’altro, senza diventare loro stessi da vittime ad aggressori. Queste abilità si costruiscono con pazienza, si plasmano e sperimentano all’interno di relazioni di fiducia, e costituiscono però un’«assicurazione sulla vita» dato che saranno strumenti utili durante tutta l’esistenza visto che momenti di crisi in cui affidarci ad altri o in cui saremo chiamati a reagire a prevaricazioni, potranno esserci più volte nella vita!
La scuola è attrezzata per rispondere alle richieste di aiuto? E’ sufficiente avere un servizio di ascolto considerata la difficoltà dei ragazzi ad esprimere il disagio?
Avere un servizio di ascolto è un punto di partenza. Nell’Istituto Comprensivo in cui lavoro questo è un servizio voluto da diversi anni, accanto al quale, per poter funzionare c’è la fiducia di dirigenti e insegnanti che in modo sensibile colgono situazioni di disagio, suggeriscono e incoraggiano alunni e genitori a fare due chiacchiere e a confrontarsi. In questa scuola due sono i progetti per imparare ad utilizzare i social network: il primo in cui si sperimentano direttamente in un network protetto solo per alunni delle medie, il progetto “Qwert” dell’Ulss e il secondo, realizzato da me, in cui imparano, attraverso giochi e simulazioni, le caratteristiche dei social network, i potenziali rischi e come proteggersi da questi pericoli. Accanto a questi interventi in classe, c’è anche la formazione per i genitori. Potrei portare il paragone che, come per la nostra salute, non sempre è sufficiente andare a fare sport, mangiare sano ed avere uno stile di vita equilibrato per stare in salute. Avere più servizi di ascolto e dedicare attenzione ai ragazzi facendo rete non elimina la possibilità che si verifichino episodi spiacevoli, ma ne può abbassare la frequenza e ci tiene pronti e vigili nel captarli, offrire sostegno ed intervenire nel modo adeguato. Questo sottolinea come sia importante creare una rete fra famiglia, scuola, territorio e fare sinergia in un’ottica di dialogo e continua crescita.
Si può intravedere una fragilità anche in chi compie atti di bullismo?
Chi compie atti di bullismo ripropone spesso un comportamento che ha appreso, in genere, in ambito famigliare. Per questo come adulti è importante riflettere e ricordarci che si tratta di ragazzi che possono essere aiutati a cambiare il loro comportamento. In genere questi ragazzi hanno una scarsa o falsa autostima, che cercano di riempire e gonfiare proprio attraverso le varie prevaricazioni sugli altri. Tali appagamenti sono però momentanei ed hanno bisogno di essere ripetuti in quanto queste azioni non li gratificano mai del tutto e non colmano i loro vuoti. Questi ragazzi non hanno autentica stima per se stessi e non sono in grado di essere empatici. Spesso non sono in grado di fidarsi e vivono in un contesto famigliare incapace di valorizzarli per quello che sono le loro abilità e le loro qualità. Per questo essere bulli offre identità, potere, riconoscimento, un ruolo che però va a scapito di altri. Dietro a questo c’è quasi sempre una grande fragilità e un grande dolore di non essere stati riconosciuti e amati per quello che sono.

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