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COP27 in Egitto e la sfida mondiale sul cambiamento climatico

Al vertice vengono discussi numerosi temi fondamentali per il futuro del pianeta. Ma, a causa della situazione geopolitica, si registra uno scarso interesse delle diplomazie. Le richieste dell’Africa, il continente meno inquinante ma più “vulnerabile”

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COP27 in Egitto e la sfida mondiale sul cambiamento climatico

Con l’intensificarsi degli impatti climatici in tutto il mondo, le Nazioni devono aumentare drasticamente i finanziamenti e l’attuazione di azioni progettate per aiutare i Paesi e le comunità vulnerabili ad adattarsi alla “tempesta climatica”, secondo il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) pubblicato ad inizio del mese. Uno scenario catastrofico stravolto, a sua volta, da un contesto geopolitico che include la crisi energetica, quella economica, alimentare e di perdita di biodiversità. Il tutto con due situazioni che tengono in scacco le future decisioni climatiche: l’invasione russa in Ucraina e le frizioni relative a Taiwan. Inoltre, motivo di preoccupazione degli esperti è che i tre principali gas serra - anidride carbonica, metano e protossido di azoto - hanno raggiunto livelli record nell’atmosfera l’anno scorso.

Senza nuovi impegni alla Cop27 (ovvero la 27ª Conferenza Onu sui cambiamenti climatici), che si è aperta domenica 6 novembre a Sharm el-Sheikh, in Egitto, e si concluderà il 18 novembre, entro la fine del secolo la temperatura media della Terra potrebbe salire tra i 2,4 e i 2,8 gradi. Altro che gli 1,5 gradi previsti come limite invalicabile dagli Accordi di Parigi del 2015!

I temi della Conferenza. Durante i lavori sono stati discussi temi fondamentali nel dibattito sul futuro del pianeta e dell’umanità. La decarbonizzazione, cioè la conversione a un sistema economico in cui le emissioni di anidride carbonica siano progressivamente ridotte a zero; i modelli di agricoltura per la sostenibilità della produzione di cibo, la sovranità e la sicurezza alimentare; la protezione della biodiversità terrestre e marina; la conservazione, l’uso e la distribuzione delle risorse idriche; il problema energetico e quello dell’adattamento al cambiamento del clima.

Perdite e danni. Nell’agenda della Cop27 ci sono anche il gas - con i Paesi africani che puntano sulle fonti fossili per lo sviluppo economico del continente - e i mezzi finanziari per aiutare gli Stati più poveri e vulnerabili a far fronte ai cambiamenti climatici. Tra le questioni più spinose c’è la compensazione delle perdite e dei danni (loss and damage) causati dal riscaldamento globale, nodo rimasto in sospeso lo scorso anno a Glasgow.

La questione del “loss and damage” è considerata centrale nella Cop27, ospitata proprio dall’Africa, uno dei continenti più poveri e più colpiti dall’emergenza climatica. A fine Cop26 era iniziata una trattativa sul fatto che i Paesi più ricchi (e spesso più responsabili delle emissioni) dovrebbero impegnarsi in aiuti economici concreti per la ricostruzione e il sostegno a Paesi che affrontano catastrofi climatiche, dagli eventi meteo intensi alla siccità.

Cosa chiedono i Paesi poveri? Innanzitutto, di mantenere la promessa dei 100 miliardi di dollari all’anno fatta in occasione della Cop15 di Copenaghen (2009). L’obiettivo, inizialmente fissato per il 2020, è nel frattempo stato posticipato al 2023. 

Gli Stati a basso reddito chiedono di creare un meccanismo di finanziamento supplementare, incentrato esclusivamente sulla compensazione delle perdite e dei danni causati dall’aumento del livello dei mari o da eventi meteorologici estremi quali alluvioni o tifoni.

Questi Paesi sono quelli meno responsabili delle emissioni globali - l’Africa ne genera ad esempio meno del 4% - ma sono quelli che ne stanno pagando il prezzo più caro, sia in termini di perdite finanziarie che di vite umane. Si aspettano, quindi, una forma di indennizzo.

Una questione di giustizia. I Paesi del G20 sono responsabili di circa i tre quarti delle emissioni annuali, mentre a 6 Paesi soltanto sono ascrivibili la metà delle emissioni globali annuali: Cina, Usa, India, Indonesia, Russia e Brasile.

Resta però complessa la questione dell’identificazione e quantificazione dei danni provocati dall’inquinamento e dei collegamenti relativi alla crisi del clima. Sarà, dunque, interessante capire se verrà concordato uno strumento finanziario concreto come forma di risarcimento e aiuti per prepararsi a futuri eventi estremi, oppure - sulla via della proposta tedesca - una sorta di fondo internazionale che promuova “assicurazioni” da attivare in caso di catastrofe.

La politica a rilento. Su 197 parti dei  cosiddetti Accordi di Rio del 1992, solo 37 hanno trasmesso dopo la conferenza di Glasgow una nuova versione delle proprie iniziative nazionali assunte a seguito degli Accordi di Parigi del 2015. Non solo, le nuove versioni non sono minimamente sufficienti per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti nel 2015.

L’appuntamento di quest’anno a Sharm el-Sheikh, seppur riunendo solo una centinaio di capi di Stato e di Governo, è chiamato a cercare di fissare degli impegni precisi per passare “dalle promesse ai fatti”, pena il fallimento della conferenza.

Lo “scarso” interesse delle diplomazie per la Cop27, oltre che per gli enormi interessi economici, è dovuto agli effetti collaterali della guerra in Ucraina, ovvero al peggioramento delle relazioni politiche tra vari stati, a seguito della scelta di schierarsi tra Russia e Stati Uniti. Le tensioni affiorano in molti campi e la diplomazia climatica non resta fuori dal perimetro!

Africa protagonista. Non è la prima volta che il vertice viene organizzato in un Paese africano. Ben quattro sono i precedenti: due a Marrakech in Marocco, nel 2001 e di nuovo nel 2016, e poi una volta rispettivamente in Kenya, a Nairobi, nel 2006, e in Sudafrica, a Durban, nel 2011. Eppure molti hanno già definito l’edizione di quest’anno la “Cop dell’Africa”, sostenendo che il successo dell’incontro sarà dato dalla capacità o meno di soddisfare i bisogni del continente che, pur avendo contribuito di meno alle emissioni inquinanti, è tuttavia il più vulnerabile.

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