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Cannabis libera: il no del Ceis è quello di chi conosce i danni delle droghe

"Perché adesso questa proposta di legge per la liberalizzazione? E' un modo per fare cassa? Sono altri i problemi del Paese e dei giovani. Gli sforzi e le competenze di coloro che lavorano nel settore da decenni hanno bisogno di trovare un alleato importante nello Stato e nelle istituzioni": nel dibattito seguito alla presentazione della proposta di legge per la legalizzazione della cannabis, si è levato un coro di no dalle associazioni e dalle comunità di recupero di ispirazione cattolica. Ecco le riflessioni di Daniele Corbetta, presidente del Ceis di Treviso, che è anche consigliere della Fict (Federazione italiana comunità terapeutiche) e presidente del Covest (Coordinamento veneto delle strutture terapeutiche).

Parole chiave: Covest (1), tossicodipendenze (1), Daniele Corbetta (2), droga (17), Ceis (9), Cnca (3), dipendenze (14)
Cannabis libera: il no del Ceis è quello di chi conosce i danni delle droghe

Il fenomeno dipendenza assume tratti sempre nuovi nella sua inarrestabile evoluzione, proponendo ai Servizi pubblici e privati una corsa impari nella ricerca di risorse e strategie capaci di prevenire e curare comportamenti pericolosi per la salute e per il benessere di giovani, adulti, famiglie, indistintamente colpiti e travolti da un mercato infinito di sostanze stupefacenti e di “piaceri” facili ottenuti a poco prezzo.
I racconti delle numerose persone che bussano ogni giorno alle porte dei servizi sono storie di giovani disorientati, e quasi sempre provati da esperienze di dipendenza, di famiglie sfinite nel tentativo di arginare queste condotte a rischio, ma anche di un’utenza sensibilmente invecchiata, ricorrente, che continua a chiedere assistenza e cura. E’ sensibilmente cresciuta la domanda di aiuto per problematiche legate alle nuove condotte patologiche connesse al gioco d’azzardo e ad internet.
L’uso di sostanze stupefacenti sta assumendo proporzioni preoccupanti, considerata la forte diffusione di nuove sostanze con rituali di policonsumo socialmente più accettati che associano alcool, cocaina e psicofarmaci. Resta grande, inoltre, la percentuale di persone che presenta tossicodipendenza da eroina; da segnalare inoltre, da parte dei giovanissimi, l’uso dell’eroina fumata.
La collaborazione tra Servizio pubblico e privato sociale ha creato una storia di servizi e di sinergie che hanno permesso di assicurare forme adeguate di cura, sia di tipo strettamente sanitario, sia di carattere sociale e assistenziale. Si tratta di forme e livelli di assistenza che devono essere mantenuti e potenziati, perché il fenomeno non solo non presenta flessioni, ma impone strategie ed interventi sempre nuovi. Questo, infatti, è un mondo in continua evoluzione perché dipendente dagli stili di consumo e mercato. E’ necessario recuperare una visione rinnovata di Welfare capace di coniugare efficacia ed efficienza a politiche di solidarietà ed inclusione. Credo, inoltre, che ci sia un cambio di paradigma a livello sociale e culturale nell’affrontare il problema (ma è ancora considerato un problema?) della diffusione della droga.

Non si parla più di droga

Non è solo una percezione personale ma non si parla quasi più di droga: si discute, anche in maniera allarmante, di dipendenze, di comportamenti dipendenti. C’è una bella lista di dipendenze che fanno tendenza e che diventano argomenti di confronto nei dibattiti televisivi o nelle pagine dei giornali. Si può andare dal sesso compulsivo alla dipendenza da internet o da smartphone, dallo shopping al gioco d’azzardo. Ma non si parla più di droga, di sostanze illecite o lecite.
E’ un bene, perché si è sempre detto che le sostanze in sé sono solo un sintomo e non il problema. Si è sempre affermato, a partire dagli anni Ottanta, che la vera sfida è quella educativa, che è la persona che deve essere messa al centro: il sintomo è la droga ma per “guarire” bisogna andare a risolvere le cause che sono nella cerchia valoriale, sociale, relazionale.
E’ forse un male, perché dopo tanti anni di “guerra” alla droga, la società è quasi anestetizzata. La droga non fa più notizia, quasi sia stata “normalizzata” come uno strumento non più usato solo da soggetti devianti dentro una cornice ideologica, ma che fa parte delle tante sostanze lecite o illecite per ottenere migliori prestazioni o per divertirsi. Il tema droga è sempre stato affrontato attraverso continue emergenze e a forza di emergenze l’attenzione diminuisce.

Perché ora questa proposta?

E arriviamo alla proposta di legge presentata in modo trasversale da un gruppo di parlamentari italiani per la legalizzazione o “depenalizzazione” della Cannabis. Mi domando, perché ancora questa storia, perché proprio adesso? Adesso che le neuroscienze hanno ampiamente dimostrato i danni dei cannabinoidi sul sistema nervoso soprattutto prima dei 20 anni? Adesso che la questione sulla legalizzazione ha perso quel substrato ideologico del passato per diventare un mero tema commerciale? E’ forse un modo per fare cassa per un Paese in affanno? E’ una strategia per cercare consenso da parte di una classe politica dall’immagine appannata? Perché parliamo ancora di cose non essenziali? Non sarebbe più utile e opportuno un impegno concreto sull’emergenza lavorativa, un investimento chiaro sull’educazione, sulla prevenzione, sul sistema scolastico, sul sostegno alle famiglie e sul recupero delle dipendenze?
In passato si parlava di “sottoculture” devianti e marginali che erano dedite all’uso di sostanze, ora è la cultura dominante che ne auspica “l’uso controllato” della cannabis.
Sicuramente c’è un cambio di paradigma. Ci si domanda se dobbiamo accettare che l’unico modo per risolvere un problema sia forse quello di smettere di chiamarlo problema, normalizzandolo, all’idea che solo il fatto che una pratica sia diffusa la renda dapprima normale e poi legale.
Gli sforzi e le competenze di coloro che lavorano nel settore da decenni hanno bisogno di trovare un alleato importante nello Stato e nelle istituzioni, così da permettere il diritto alla cura anche per chi, utilizzando sostanze lecite o illecite, ne rimanga il qualche modo compromesso.

L’educazione al centro

Paradossalmente, se lo Stato “liberalizza” l’uso della cannabis, dovrebbe anche “liberalizzare” il diritto alla cura, alla libertà di scelta, non così scontata per chi vive problematiche legate all’uso di sostanze (legali ed illegali) - e chiaramente non in un carcere. Questo diritto non è così scontato, nemmeno oggi.
Resta sempre prioritario l’aspetto educativo perché la legge da sola non educa. Il futuro dei nostri giovani passa attraverso la ricostruzione lenta e faticosa di un sistema autentico di valori che abbiamo smarrito.
Sono anche consapevole che una comunità sociale non è in grado di attrezzarsi culturalmente per affrontare un problema quando non lo riconosce tale. Inoltre, la complessità del problema porta con sé anche la complessità della risposta e la politica, alla quale spetta una risposta strategica di contrasto, darà sempre risposte semplici, immediate, non di sistema perché non verificabili nel breve spazio del sostegno elettorale.
Torniamo a focalizzare l’attenzione su questo tema per non accorgerci, domani, di essere arrivati tardi senza sapere il perché.

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