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Caos AstraZeneca

Quando ormai sembrava che la campagna vaccinale potesse spiccare il volo è arrivata la sospensione da parte di Aifa delle somministrazioni del farmaco. In attesa del pronunciamento di Ema, che sembra propensa a dare l'ok alla sicurezza del vaccino, il piano della Regione rimane in un limbo e la pandemia imperversa: riaprono gli ospedali Covid

Caos AstraZeneca

Solo domenica 14 marzo tutte le Ulss del Veneto presentavano il novo piano per le vaccinazioni contro il Covid-19 che prevedeva di portare a regime una quota di 50 mila dosi giornaliere.

Tuttavia già l’11 marzo era stato bloccato, in via del tutto precauzionale, un primo lotto di vaccini AstraZeneca dopo alcuni gravi eventi. Le morti di alcune persone che avevano ricevuto una prima dose di vaccino hanno causato il rincorrersi di notizie e molti timori nella popolazione. Per ora le autopsie non sembrano aver trovato alcun nesso di causalità fra il vaccino e i decessi.

Il 50% di chi doveva vaccinarsi con AstraZeneca in regione nei giorni successivi ha rinunciato al suo posto in lista, mentre lunedì 15, dopo il sequestro di un nuovo lotto di vaccino, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha deciso di sospendere tutte le somministrazioni di AstraZeneca nel territorio nazionale in attesa del pronunciamento dell’Agenzia europea del farmaco (Ema).

Da sottolineare tuttavia che in Veneto, pur essendo stati utilizzati anche i lotti incriminati, prima che fossero posti sotto sequestro, non si ha notizia di gravi reazioni avverse alla somministrazione.

Da qui in poi, e fino a quando non si avrà la certezza che AstraZeneca è sicuro, la campagna vaccinale resta in un limbo. Il siero, infatti, è quello che veniva fornito in maggiori quantità e inoltre quello più semplice da trasportare e da conservare, motivo per cui era stato destinato ai medici di medicina generale, che già da questa settimana avrebbero potuto iniziare a vaccinare i propri assistiti. Secondo il piano, infatti, i medici di medicina generale possono vaccinare a domicilio, in ambulatorio, in strutture messe a disposizione dai Comuni, o recarsi nei centri vaccinali per aiutare la campagna delle Ulss. Nei primi tre casi sono i medici stessi a decidere chi, tra i loro assistiti, riceverà la vaccinazione, seguendo le priorità dettate dal Ministero: più di 3 mila medici in Veneto potrebbero vaccinare 30 mila persone al giorno, secondo la stima della Regione. La partenza della loro attività di somministrazione è posticipata a dopo il pronunciamento di Ema su AstraZeneca di giovedì 18 marzo. Nel momento in cui andiamo in stampa, dunque, non si sa ancora come andrà a finire. Nella peggiore delle ipotesi, dovesse essere confermata la sospensione i medici di famiglia potrebbero essere dotati di siero Pfizer, che tuttavia è molto più difficile da gestire, oppure attenderanno l’arrivo di Johnson and Johnson con un milione di dosi a fine marzo, e altri 7 milioni e 400 mila entro il secondo trimestre dell’anno. AstraZeneca è anche il farmaco destinato alle aziende, che avrebbero potuto, in presenza di un medico interno, organizzare in autonomia, con il coordinamento dell’Ulss, le vaccinazioni per i dipendenti e i loro familiari.

Di fatto senza AstraZeneca pare addirittura difficile parlare di vera e propria campagna vaccinale, con una battuta d’arresto che porta ogni giorno alla somministrazione di 10 mila dosi in meno. A questo ritmo, saranno vaccinate prima dell’estate solo le categorie a rischio e gli over 70. Il professor Luciano Flor, direttore generale della Sanità veneta, ha chiarito che con le attuali dosi di Pfizer e Moderna si faranno soprattutto i richiami delle persone che hanno ricevuto la prima dose. In tutto 306 mila persone, a fronte di 56 mila dosi di Pfizer arrivate martedì 16, e altre 83 mila attese per la settimana prossima. L’assessore alla Sanità Manuela Lanzarin ha tuttavia chiarito che le immunizzazioni delle varie classi di età stanno procedendo: dopo quelle già partite (1941, ‘40, ‘39, ‘38, ‘32, ‘29, ‘11) si andrà avanti da lunedì 22 con i nati nel 1937, ‘30, ‘31 e l’ultima settimana di marzo con i nati nel 1933, ‘34 e ‘35.

Lontana nel tempo, invece, è la questione dei richiami alle 68 mila persone che hanno ricevuto la prima dose di AstraZeneca, poiché previsti dopo 12 settimane. Al momento non si è ancora deciso come si interverrà, se non arriverà l’Ok dell’Ema alla ripresa delle somministrazioni.

Inoltre, mentre il 18 marzo ricorre anche la prima Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia da coronavirus, nell’anniversario delle tragiche immagini dei camion dell’esercito che partivano da Bergamo con i feretri da trasportare in altre città per la sepoltura, le incertezze si moltiplicano e la pandemia continua a imperversare.

In regione la situazione si sta pian piano aggravando, le terapie intensive si riempiono, la variante inglese dilaga e i pazienti in quarantena raddoppiano dal mese scorso. Il Veneto in zona rossa prevede una tendenza di crescita dei contagi fino a fine marzo, nella speranza che il virus allenti la morsa dopo Pasqua.

In queste condizioni sono stati riaperti tutti gli ospedali Covid, compreso il San Camillo di Treviso, che attiverà 36 posti letto. Il rischio è quello che a giorni vengano di nuovo sospese le prestazioni sanitarie ospedaliere non urgenti. Unica nota positiva arriva dalla comunicazione dell’Ulss2 di aver iniziato le cure con gli anticorpi monoclonali: saranno somministrabili, a persone che pesano più di 40 chili e non necessitano di terapia con ossigeno, entro il quinto giorno di sintomatologia e in presenza di tampone molecolare o rapido, di ultima generazione, positivo. A decidere la terapia sarà il medico di famiglia che invierà in uno dei centri ospedalieri abilitati. Poi il paziente potrà essere seguito a domicilio dalle Usca. Si stima che verranno curate così almeno 6 o 7 mila persone nel territorio trevigiano.

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