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Carcere, con il Covid diminuiscono i detenuti, ma rimane il sovraffollamento

A fine febbraio 2020, i detenuti negli istituiti italiani erano 61.230 a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti. A fine maggio i detenuti presenti erano 53.387. A Treviso, a fine febbraio, c’erano 205 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 137 posti, mentre a fine maggio erano 175. Questi e altri numeri, che fotografano il pianeta carcere al tempo del coronavirus, sono stati analizzati dall’associazione Antigone, che nelle scorse settimane ha pubblicato il suo rapporto annuale su questo tema.

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Carcere, con il Covid diminuiscono i detenuti, ma rimane il sovraffollamento

A fine febbraio 2020, i detenuti negli istituiti italiani erano 61.230 a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti. A fine maggio i detenuti presenti erano 53.387. A Treviso, a fine febbraio, c’erano 205 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 137 posti, mentre a fine maggio erano 175. A Venezia, nei due istituti di pena a fine febbraio, c’erano rispettivamente 87 detenute alla Giudecca e 275 detenuti a Santa Maria Maggiore, a fronte di una capienza regolamentare rispettivamente di 111 e 159 posti, mentre a fine maggio erano reclusi nell’ordine 73 donne e 227 uomini.

Alla data del 15 maggio vi erano altresì presenti 9 tra minori e giovani adulti nell’istituto di pena per minori di Treviso, mentre a metà febbraio si contavano 13 presenze. Per quanto riguarda il Covid-19, 119 detenuti e 162 operatori penitenziari sono stati contagiati. 4 detenuti e 4 operatori sono deceduti. Va anche detto che nel 50% delle celle manca la doccia.

Questi e altri numeri, che fotografano il pianeta carcere al tempo del coronavirus, sono stati analizzati dall’associazione Antigone, che nelle scorse settimane ha pubblicato il suo rapporto annuale su questo tema. Parliamo quindi di centinaia di migliaia di storie di uomini e donne: storie maledette, di degrado ma anche di umanità, di rinascita. La prigione è metafora di tante cose perché non c’è solo la cella del carcere, ma anche l’isolamento sociale che vivono i famigliari, in primis mogli e figli.

Per aiutarci a leggere questa dimensione della nostra società, spesso marginalizzata, abbiamo chiesto di aiutarci a Claudio Paterniti Martello, dell’Osservatorio nazionale dell’associazione Antigone, uno degli autori del XVI Rapporto sulle condizioni nelle carceri italiane.

In questo tempo di lockdown è diventata una espressione comune dire “sono chiuso a casa come in carcere” o “siamo reclusi nelle relazioni come in carcere”. Potrebbe descrivere come in genere viene vissuta l’esperienza della “vera” reclusione?

In questo periodo, in maniera inedita, abbiamo sperimentato tutti qualcosa di simile agli arresti domiciliari, avendo vissuto una limitata libertà di movimento giustificata dall’emergenza sanitaria. Certo, la condizione è diversa perché non stavamo scontando una pena e vivendo la sofferenza connessa con la vicenda giudiziaria, il processo e l’esito del processo. E’ stato, credo, interessante aver sperimentato tutti questa condizione – avvantaggiati dal fatto che lo facevano tutti e potevamo muoverci per andare a fare la spesa o portare fuori il cane - aiutandoci a trasformare la rappresentazione comune che gli arresti domiciliari siano come una sorta di «regalo». Abbiamo visto in prima persona che perdere la capacità di muoversi non è un «regalo”, ma una vera e propria pena.

Qual è la situazione nelle carceri venete?

In Veneto, al 30 aprile, vi era una capienza regolamentare di 1.918 posti, suddivisi in 9 istituti e i detenuti presenti al 31 maggio erano 2.296, di cui 1.229 stranieri e 114 donne. Il dato indica che nel Veneto sussiste un problema di sovraffollamento. Dopo le rivolte dei primi di marzo la situazione nelle carceri rimane pesante per il problema del sovraffollamento, anche se durante l’emergenza coronavirus sono state attivate misure alternative.

Quali proposte concrete sono attuabili per incentivare le misure alternative alla pena, come l’affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare, previsti dalla legge sull’ordinamento penitenziario?

Con l’emergenza sanitaria in realtà ci sono state circa 10mila presenze in meno, in quanto metà hanno beneficiato di misure alternative e l’altra metà è dovuta ai mancati ingressi. Le priorità rimangono sempre le stesse: depenalizzazione di alcuni reati, accesso alle misure alternative, uso eccessivo delle misure cautelari. Il diritto penale dovrebbe essere attivato come “extrema ratio”.

Il Papa ha scelto che per la Via crucis fossero portate testimonianze dal carcere Due Palazzi di Padova. Quale umanità emerge dai racconti delle persone recluse che incontra? Quali speranze per la società?

Papa Francesco ha messo in luce questa umanità, e anche nei suoi discorsi rivolti alla politica ha posto attenzione sul fatto che il diritto penale debba essere l’“extrema ratio”, così come il carcere, proponendo una concezione di diritto penale che metta al centro la persona. La speranza è sempre che la persona detenuta non venga ridotta a un numero.

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