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Carceri: dietro le sbarre nessuna zona bianca, il Covid-19 ha attraversato tutti gli istituti

L'intervista alla giovane ricercatrice trevigiana Jessica Lorenzon sul recente rapporto Antigone. Istituti penali ancora sovraffollati, fatiscenti, e che escludono dalle misure alternative alla detenzione le persone più fragili

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Carceri: dietro le sbarre nessuna zona bianca, il Covid-19 ha attraversato tutti gli istituti

Nei giorni in cui il Veneto ritorna zona bianca, si allungano i tempi di movimento e si attenuano le restrizioni sanitarie, vi è una zona grigia che rimane nella nostra società e territorio. E’ una zona che stenta a diventare bianca e che alcuni vorrebbero diventasse nera. Stiamo parlando del “pianeta carcere” e per farne una fotografia abbiamo intervistato la ricercatrice trevigiana Jessica Lorenzon, 30 anni, originaria di Refrontolo, e tra i curatori del Rapporto sulle carceri dell’Associazione Antigone.

Qual è la fotografia generale che emerge nel nostro Paese?
Un traguardo importante per la nostra associazione da sempre impegnata per la tutela dei diritti e delle garanzie delle persone nel sistema penale e penitenziario. Un impegno che continua rileggendo annualmente i dati del “pianeta carcere”. A inizio pandemia, nel febbraio 2020, la popolazione detenuta nelle carceri italiane era composta da 61.230 unità. Poco più di un anno dopo, al 31 maggio 2021 il numero di persone detenute è di 53.660. Un calo di circa 7.000 unità, corrispondente a quasi il 12% del totale; una diminuzione che ha riguardato condannati e persone in attesa di giudicato in modo simile. Il tasso di sovraffollamento rimane comunque elevato, basti pensare che in Veneto raggiunge quasi il 20% rispetto ai posti regolamentari.

A fronte di dati in calo di presenze nelle carceri corrisponde a un maggior utilizzo di misure alternative della pena?
Come abbiamo evidenziato anche nel nostro recente Rapporto annuale, l’esecuzione penale esterna e le misure alternative alla detenzione si stanno ampliando sempre più; un dato positivo se si calcola che queste misure sono considerate un fattore di protezione rispetto alla reiterazione di reato. Al 15 febbraio 2021 sono 61.589 le persone che sono in esecuzione di una misura alternativa alla detenzione, sanzione sostitutiva, libertà vigilata, messa alla prova, lavori di pubblica utilità. Di questi quasi 7000 sono donne. L’affidamento in prova al servizio sociale è la misura più diffusa, al 31 gennaio 2021 rappresentava il 57,3% delle misure alternative attive, seguita dalla detenzione domiciliare e dalla semilibertà, quest’ultima riguarda le persone che escono dal carcere quotidianamente per svolgere attività lavorative e vi tornano per dormire la sera.

Potrebbe aiutarci a capire qual è la situazione oggi nelle carceri venete?
La nostra Regione offre una prospettiva ampia per guardare al mondo del carcere.
Il problema del sovraffollamento è particolarmente sentito in Veneto, dove si riscontra che rispetto ai dati nazionali gli stranieri detenuti sono poco più della metà del totale. Questa situazione peculiare è facilmente correlabile alle notevoli difficoltà di accesso alle misure alternative che affrontano le persone straniere non avendo riferimenti familiari e istituzionali sul territorio paragonabili a quelli degli altri detenuti. Il dato non va quindi genericamente associato alla gravità dei reati ma alle condizioni strutturali e ai differenti gradi di risorse disponibili.

Dopo un anno e mezzo di pandemia, come Antigone legge quanto vissuto da chi sta dietro le sbarre?
Rispetto ai contagi si può dire che il Covid-19 ha attraversato tutti gli istituti e il numero dei contagi è in netta discesa dopo un inverno difficile. Come Antigone Veneto, in concerto con molte altre realtà territoriali, abbiamo portato avanti iniziative perché fossero garantite anche le vaccinazioni nelle carceri; spesso, infatti, la popolazione detenuta è più a rischio rispetto alla popolazione civile di contrarre malattie o infezioni.

Qual è la situazione attuale al minorile di Treviso?
Recentemente i colleghi Maculan e Sterchele sono stati in visita all’Istituto di Treviso. Raccontano una struttura dalle dimensioni ridotte che si compone di un’unica sezione detentiva sita al primo piano, le camere di pernottamento (meglio conosciute come celle) sono singole, doppie o triple e in condizioni piuttosto fatiscenti, così come l’intero istituto. Attualmente sono presenti 6 ragazzi tra i 14 e i 17 anni e 4 giovani tra i 18 e i 20 anni. La scarsa disponibilità di spazi rende molto difficile l’attuazione di attività lavorative, di fatto assenti all’interno del carcere, e impone talvolta il trasferimento di alcuni ragazzi in istituti molto lontani dal territorio di appartenenza per far fronte a dinamiche di sovraffollamento. In prospettiva si sta profilando uno spostamento del minorile negli edifici dell’ex carcere di Rovigo, trasformazione che dovrebbe risolvere almeno in parte le numerose difficoltà derivanti dalla mancanza e dall’inadeguatezza degli spazi. Ampia e ben garantita è invece l’offerta educativa, finora sempre svolta in presenza, la quale spazia dai corsi di alfabetizzazione alle scuole superiori. Uno dei giovani presenti, ammesso alla maturità, prevede di iscriversi all’Università il prossimo anno.

Il Regolamento penitenziario ha più di 20 anni. Alla luce dei cambiamenti avvenuti nel mondo esterno quali cambiamenti sono necessari?
Su questo la pandemia da coronavirus ci ha insegnato molto, come tutte le grandi crisi infatti può aprire a radicali cambiamenti. Nella società civile come in carcere. Per molto tempo l’implementazione delle nuove tecnologie in carcere è stata considerata difficile, talvolta impraticabile. Nel 2019 le carceri in cui era possibile effettuare colloquio attraverso l’uso di piattaforme come Skype erano poche, durante il primo lockdown la situazione si è ribaltata e molti istituti si sono dotati degli strumenti e degli spazi adeguati per permettere l’incontro virtuale con le persone care o con i propri difensori da parte dei detenuti. Qualcosa di simile è accaduto anche per quel che concerne la formazione scolastica, si è cercato di proporre video-lezioni online e alcuni servizi di scambio mail tra i detenuti e il mondo esterno sono stati concretizzati. La vera sfida è saper tesaurizzare la dimostrazione di possibilità che abbiamo avuto e non tornare indietro.

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