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Casa respiro, dove chi fa scorta di fiato diventa una vela

A Morgano la bella esperienza di cohousing, e non solo, per chi vive un disagio psichico. Incontri, concerti, poesia, laboratori, l'orto sinergico, ma soprattutto la possibilità di riprendere fiato, come racconta don Mario Vanin

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Casa respiro, dove chi fa scorta di fiato diventa una vela

“Per poter veramente affrontare la malattia, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni”. Era il 1968 e a pronunciare queste parole era Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che, abbattuti i muri dei manicomi, rivoluzionò la concezione del malato psichiatrico: un essere umano con lo stesso diritto “dei savi” di esprimersi, passeggiare al sole, vivere. Oggi i manicomi non ci sono più, ma chi soffre di disagio psichico c’è ancora. Complice la crisi economica, poi, i casi di depressione, isolamento e solitudine sono in costante aumento: chi dà voce a queste vite? “Non siamo specialisti della psichiatria né medici. Amiamo i «nostri matti» per quello che sono”: a parlare è un prete che con il disagio psichico ha scelto di convivere ogni giorno. Era il 2014 quando, con il supporto prezioso di Caritas tarvisina, don Mario Vanin con l’associazione Respiro ha preso in affitto una casa per ospitare “chi avesse bisogno di un posto lontano dal mondo dove poter riprendere fiato”. Nasce con questa filosofia Casa respiro, in via Munara a Morgano, nella comunità dove don Mario è parroco. Una casa che vuole essere una famiglia per chi soffre la solitudine della propria malattia. “Non solo - aggiunge don Mario -. C’è anche chi non ha nessuno al mondo. Poi ci sono le famiglie dei malati: anch’esse hanno bisogno di un minuto d’aria per riprendersi dalla fatica quotidiana. Spesso vengono qui mentre i figli sono nei centri diurni a seguire le terapie”, spiega. “Casa respiro nasce proprio per permettere a queste persone di riprendere fiato, prima di ripartire e affrontare il mondo”. “Al piano superiore vivono quattro giovani dai 18 ai 45 anni affetti da disagio psichico, ma riserviamo sempre un posto in più per le emergenze”, spiega don Mario. “L’idea di aprire Casa respiro è nata grazie all’iniziativa dell’associazione culturale Respiro, formata da un gruppo di famiglie, dopodiché abbiamo ricevuto il supporto essenziale della Caritas, che collabora con noi”. Quando si arriva a Casa respiro, ci si sente come in un’isola felice. Non importa chi sei e che cosa porti dentro: ciò che conta, per don Mario e i volontari, è che sei un essere umano. “Qui guardiamo alla persona, non alla sua malattia. Non vogliamo etichette. Diagnosi, sintomi, malattia: sono tutte parole che non usiamo”, spiega don Mario, che ha scoperto il suo interesse per il disagio psichico negli anni Novanta, quando era un professore: “Insegnavo in un liceo, quando uno studente ha iniziato ad avere un rendimento sempre più scarso, a non lavarsi più, a non tagliarsi più i capelli. Quella è stata la mia illuminazione: è stato grazie a lui che ho capito che non si trattava semplicemente di pigrizia o svogliatezza da punire. Era un disagio più profondo e come tale meritava di essere accolto”.
“Accogliamo tutti quelli che vogliano venire a farci visita, anche solo per un pomeriggio. Abbattere i muri del pregiudizio è importante, specie quando si tratta di disagio psichico: per questo amiamo coinvolgere tutto il territorio”, continua don Mario, che riconosce nell’aspetto della socialità uno dei pilastri su cui Casa respiro si fonda, accanto a lavoro, cultura, formazione e promozione. Casa respiro, infatti, non è solo un moderno progetto di cohousing, ma una “piattaforma” da cui spiccare il volo, viene da pensare, quando si ascolta la lunga lista di attività che vengono offerte: “Il calendario delle nostre attività varia in base alla presenza dei volontari. Sei un falegname? Puoi aiutarci a gestire un laboratorio di falegnameria. Abbiamo ospitato così il laboratorio di cucina, quello d’arte e di canto, per non parlare del corso di teatro, che ha visto la partecipazione di nomi del calibro di Mirko Artuso - spiegano i volontari -. Abbiamo anche un orto sinergico. I nostri ragazzi, oltre ad apprendere come coltivare la terra, imparano a fare ciò che vedono fare alle piante: aiutarsi tra loro”. E le soddisfazioni non tardano ad arrivare: “Quando abbiamo messo in scena alcuni spettacoli teatrali, gli ospiti ci chiedevano increduli chi fossero quei bravi attori”, raccontano i volontari. E’ bellezza, quella che si legge nei loro occhi. E’ la gioia che promana dallo sguardo di chi si spende per amare il prossimo, specie quando è il debole, l’emarginato, il malato. Sono parole toccanti, quelle di chi opera fianco a fianco di don Mario e dei suoi ragazzi: “Durante il laboratorio di disegno, i nostri ragazzi non capivano perché ci complimentassimo con loro dei lavori senza fare domande: si aspettavano che anche noi indagassimo sul significato dei loro segni di pennarello - ricordano i volontari -. Ma qui non abbiamo camici né cartelle cliniche e i ragazzi hanno capito ciò che conta per noi: tu sei una persona, non la tua malattia".

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