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Case di riposo: l'anello debole

Le residenze per anziani sono state considerate dei lazzaretti. I conti sono in rosso. E mancano gli infermieri. Ma così, l'intero sistema socio-sanitario rischia di saltare, ammonisce Roberto Volpe (Uripa del Veneto)

Case di riposo: l'anello debole

“Il Governo ha dato ristori per i sexy shop, alle residenze sanitarie assistenziali (rsa) e case di riposo nulla. L’unico contributo che abbiamo ricevuto è stato di 6 euro a posto letto, quasi una presa in giro di fronte alla drammaticità dei problemi”. Le 346 case di riposo e rsa del Veneto stanno soffrendo dal punto di vista economico, umano e sanitario. Lo racconta bene Roberto Volpe, presidente dell’Unione regionale istituzioni e iniziative pubbliche e private di assistenza, Uripa, del Veneto. “Ci hanno descritto come dei lazzaretti, in cui le persone morivano senza speranza. In realtà, solo 20 strutture erano state colpite dalla prima ondata, protette anche dal lockdown. Più dura la seconda ondata, 2.500 decessi, senza un vero lockdown, con l’impossibilità delle residenze per anziani di difendersi”.

Ora c’è maggior consapevolezza delle difficoltà e del ruolo della case di riposo?

Per nulla. Ho scritto in novembre e dicembre al ministro Speranza e al capo del governo Conte. Niente da fare, neppure siamo stati invitati nella Commissione istituita con Decreto del ministro della Salute dell’8 settembre 2020 per la riforma dell’assistenza sanitaria e socio-sanitaria della popolazione anziana. Intanto, noi affondiamo a causa della forbice che si allarga sempre di più tra costi e ricavi. I ricoveri in struttura sono praticamente azzerati. Da un’occupazione al 99 per cento dei posti letto siamo passati all’80 per cento, conseguenza dei timori che sono stati suscitati sulle case di riposo, anche se ormai quasi tutta la popolazione degli ospiti è stata vaccinata. Gestire la pandemia ha comportato un aumento degli oneri di almeno il 15 per cento per acquisto di protezioni, disinfettanti, sanificanti. Si devono riservare delle stanze per gli isolamenti fiduciari: le stanze, da doppie, sono state trasformate in singole. Serve un intervento straordinario di ristoro di almeno 600 milioni.

Dal Governo non ci sono risposte e si fa drammatico anche il problema della carenza degli infermieri.

Dice bene. Ne parliamo dal 1999, ma ora siamo alla stretta finale, se non ci mettiamo mano tutto il sistema sanitario potrebbe saltare. Le Ulss hanno drenato infermieri dalle case di riposo, gli infermieri hanno risposto all’appello degli ospedali e al posto sicuro, lasciando in massa le rsa. Già avevamo problemi per quota 100, che ha privato il settore di moltissimi elementi, senza poter programmare le sostituzioni. Nel Veneto, da 3.200 infermieri siamo passati a solo 2.000. Se anche domani tutto, miracolosamente, dal punto di vista economico e pandemico si risolvesse, non potremo rientrare nei numeri di prima, la mancanza di infermieri impedisce di attivare i posti. Potrebbe succedere quello che non ho mai visto accadere nelle case di riposo, ovvero licenziamenti del personale. Il posto in casa di riposo è sempre stato supersicuro, ora se disattiviamo sezioni per la mancanza dell’infermiere, dobbiamo contemporaneamente licenziare operatori sociosanitari, educatori, addetti alla pulizia e alla cucina.

Cosa succede, nessuno vuole più fare l’infermiere?

Non è così. Quello che è bloccato è il meccanismo di formazione universitario. Oggi i posti per accedere a Scienze infermieristiche sono gli stessi del 2019, e di mezzo c’è stato il Covid. Serve subito un Piano Marshall universitario, per aumentare in modo significativo il numero dei laureati all’anno. Si deve almeno triplicare; allargare le aule, dove i futuri infermieri si preparano, magari con lezioni online; rovesciare il rapporto tra domanda e offerta, oggi siamo obbligati a prendere qualsiasi persona, con qualsiasi livello di preparazione, non c’è alcuna selezione. Per l’immediato, non vedo alternative all’introduzione della figura dell’operatore socio sanitario specializzato, ovvero professionalizzare gli attuali oss con un breve corso e utilizzarli per coprire alcune delle funzioni degli infermieri.

Problemi economici, mancanza di personale, sembra proprio che il treno stia andando a sbattere.

Non siamo più un Paese per vecchi. E deve ancora arrivare alla terza età il baby boom della fine anni ‘50. Noi, prima del Covid, accoglievamo il 60 per cento delle dimissioni ospedaliere. Gli ospedali dopo l’acuzie hanno urgenza di dimettere. Se non ci siamo noi, cosa fanno? Mettono i letti a castello negli ospedali? Le famiglie riprenderanno a casa questi ammalati che necessitano di assistenza h24 con spese insostenibili? Negli ultimi anni sono stati dati cinque miliardi all’assistenza domiciliare, e alle rsa nulla. Il Ministero della Salute, per vent’anni, non si è mai fatto vivo con le case di riposo, a marzo 2020, a seguito del Covid, il Ministero ha scaricato 80 circolari da rispettare alla lettera e inviato i Nas.

Non deve essere facile lavorare in mezzo a queste criticità.

Ingeneroso e umiliante rispetto all’impegno, alla dedizione e disponibilità di medici, infermieri, operatori socio sanitari, volontari e molti altri, che hanno lavorato al limite del sacrificio personale. Hanno colto l’urgenza del momento e si sono trasformati per gli ospiti in quel parente che non poteva più far visita. Molti sono operatori giovani, si sono trasformati nei “figli” di tutti gli ospiti. Altro che quei lazzaretti di cui si è parlato sulla stampa e in tivù.

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