Società e Politica
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Cattolici e politica: qui ci vuole un "non partito"

Intervista al gesuita padre Francesco Occhetta, redattore di Civiltà Cattolica e autore di un fortunato volume che guarda all’attualità politica e alle condizioni per un rinnovato impegno, a cento anni dalla nascita del Partito popolare e in un momento di profonda crisi della cultura che sostiene l’agire politico. Bisogna “costruire un’area di appartenenza ancora più grande di un partito che è comunque una divisione. E’ più urgente nel mondo cattolico ritrovare l’unità nel pluralismo”.

Cattolici e politica: qui ci vuole un "non partito"

Sarà il centenario del Partito popolare. Sarà che, agli occhi di chi guarda con interesse alle vicende della secolare storia dell’impegno politico dei cattolici, quello che stiamo vivendo pare essere l’anno zero, il momento più basso della visibilità dei cattolici in politica. Sta di fatto che il tema dei cattolici in politica, anche in seguito ai richiami dell’Episcopato italiano sembra tornare d’attualità, soprattutto se tale attenzione viene fatta interagire con l’attualità del momento politico che stiamo vivendo. Lo testimonia il successo di vendite che in poche settimane ha avuto il libro “Ricostruiamo la politica. Orientarsi in tempi di populismi” (edizioni San Paolo) del gesuita padre Francesco Occhetta, che fa parte della redazione di Civiltà cattolica. Nel libro si parla delle caratteristiche dei populismi europei, della situazione italiana viziata da una lunga stagione di riforme mancate o incompiute, dell’urgenza, in particolare per per i cattolici, di una formazione pre-politica e pre-partitica. Abbiamo voluto intervistare padre Occhetta.

Si è celebrato da poco il centenario dell’appello di Sturzo. Che tipo di attualità può avere a 100 anni di distanza?

Rimane un’eredità da attualizzare nel nostro tempo. Nel contesto storico in cui visse, don Sturzo fondò un partito – durato circa 6 anni – laico, democratico e di ispirazione cristiana. Un partito con una precisa piattaforma programmatica: la difesa della famiglia, i referendum locali, la centralità delle autonomie, le forme di previdenza sociale, la rappresentanza proporzionale, la libertà da riconoscere alla Chiesa e la costruzione della Società delle Nazioni per garantire un ordine mondiale. Dell’esperienza sturziana rimane anzitutto un metodo: lo spirito riformista, l’interclassismo, la coesione sociale, la centralità della persona e la cultura della mediazione, che non vuol dire accontentare tutti, ma rappresentare tutti. Il centrismo sturziano, oggi lo si può cogliere come una meta-categoria, in cui quello che rimane della destra e della sinistra, e quello che è emerso di sovranismo ed europeismo possono trovare sintesi politica; se non la trovano, rischiano di non essere democratiche. Questa sintesi, questa mediazione, si regge su tre pietre angolari: i principi della Costituzione, la dottrina sociale della Chiesa e l’orizzonte europeo.

Condivide il giudizio di molti che questo è il momento più basso e di minore visibilità per l’impegno dei cattolici in politica? Come si è giunti a questo punto?

Dipende cosa intendiamo per “cattolici in politica”. Se ci riferiamo alla cultura cristiana che ispira l’agire politico, è vero. Non ricordo tempi in cui i bisogni dei più deboli non sono la cifra dell’agire politico. Viviamo tutti immersi nella paura del diverso, in una società che per metà è garantita e per metà non è tutelata. Pensiamo solo al lavoro dei giovani che non è sufficientemente pagato. Se per cattolici in politica intendiamo una squadra di uomini e di donne compatta, questa manca dai primi anni Novanta quando il sistema ha introdotto il maggioritario.

Dal cardinale Bassetti arrivano ripetuti inviti a un rinnovato impegno. A quali condizioni questo potrebbe essere oggi efficace?

Il cardinale Bassetti con molta saggezza richiama a guardare all’unica meta comune. L’esperienza del cattolicesimo democratico è anzitutto la cura per tutto ciò che è democrazia. L’organizzazione è secondaria, anche in politica vale un insegnamento evangelico: il cristiano non è pane per il mondo, ma lievito. Sono categorie come la testimonianza e la competenza i segreti dell’esperienza di laicità dei cattolici italiani. Nel volume cerco di spiegarlo: oggi serve costruire un “non-partito”, un’area di appartenenza ancora più grande di un partito che è pars, parte di un tutto e comunque una divisione. E’ più urgente nel mondo cattolico ritrovare l’unità nel pluralismo e far sì che le differenze siano una ricchezza per tutti. Inoltre la presenza pre-partitica porterà a un’offerta politica fatta da cattolici e aperta a chi vuole aderire per essere voce della coscienza sociale che distingua il bene dal male e le scelte umane da quelle dis-umane. Saremo minoranza? Pazienza. Ma le scelte politiche a volte includono anche l’obiezione di coscienza quando il potere non è al servizio degli ultimi.

Non serviranno piuttosto i tempi lunghi di un’azione culturale e formativa?

Per far crescere una generazione ci vuole tempo ed esperienza. Nel mio piccolo, l’esperienza di “Connessioni”, che accompagno da circa 10 anni mi ha insegnato molto. Grazie ai giovani che arrivano da molte parti d’Italia, ho potuto scrivere il volume, da loro ho imparato a continuare a sperare e a progettare, lamentarsi e rimpiangere il passato serve a poco. Il modello che abbiamo elaborato ha alcune caratteristiche: un luogo, il ritorno alla vita spirituale, lo studio per andare oltre gli slogan, il confronto e la costruzione di una grande comunità “connessa” in molti punti del Paese. Mi sembrano queste le condizioni per far ripartire un processo politico.

Come abitare i nuovi luoghi della partecipazione politica, a cominciare dai social. Quale linguaggio e stile potrebbero essere efficaci e al tempo stesso coerenti con un’ispirazione cattolica?

Basterebbe un dato: l’82% degli italiani non sa riconoscere una notizia falsa, una fake news, afferma il Rapporto infosfera. C’è una percezione della realtà che ha bisogno di slogan e soluzioni immediate e tocca le tante paure; c’è una realtà complessa che ha bisogno di studio, alleanza tra saperi e la volontà di costruire più che distruggere. Rileggendo Hannah Arendt, che ha scritto, nel suo volume “Le origini del totalitarismo”,  parole che ci impongono di fermarci: “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più”. Anzi, sembra che l’informazione abbia come fine la costruzione del “male comune”: lancia parole come pietre, distrugge la reputazione delle persone, istiga la violenza, ridicolizza le voci delle istituzioni, tocca le emozioni e le credenze più irrazionali degli utenti, inietta sospetto sui fatti, inventa le “bufale”, è senza memoria, permette alla stessa fonte di dire una cosa e il giorno dopo il suo contrario. Sembra che la propaganda vinca e umilii l’informazione, perché le parole sono come piccole fiammelle che incendiano e devastano ciò che di buono è stato costruito fino a oscurare i dati della scienza. La Chiesa nei social è debole, per molti si riduce a rilanciare la devozione. Occorre però essere compatti anche sui grandi temi su cui si giocano la convivenza civile e politica.

E’ preoccupato per la situazione della democrazia oggi, in Italia?

Sì, sono preoccupato. Non perché stanno governando la Lega e il M5S. Avevo molte attese che le loro promesse diventassero fatti per rilanciare nuove politiche ambientali, detassare gli imprenditori che rischiano, garantire quei lavori dei giovani che nascono senza protezioni, ecc. Invece assistiamo a uno slittamento verso forme di democrazia partecipativa - in cui i cittadini esercitano direttamente il potere legislativo senza intermediazione - come alternativo alla democrazia rappresentativa. Vedo tre possibili rischi: quello di favorire i cittadini produttivi e penalizzare i deboli e i non connessi alla Rete; ridurre la libertà di scelta tra un sì e un no; contrapporre la volontà popolare a quella parlamentare. Saranno così le minoranze organizzate attraverso la Rete a decidere le leggi da approvare, diventando esse stesse le élite che vogliono contrastare.

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