Società e Politica
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Comunità e salute mentale. incontri Caritas

Durante il percorso si è riflettuto su immigrati e giovani. La vulnerabilità dipende dalla realizzazione o meno del progetto migratorio, dalla fragilità personale, dall’identità culturale e anche dalla crisi.

Parole chiave: salute mentale (9), disagio mentale (2), caritas (220)
Comunità e salute mentale. incontri Caritas

Tre incontri a marzo sulla sofferenza psichica, scelti senza soffermarsi su di un unico tema, ma su riflessioni diverse e molteplici, che sono un po’ specchio della complessità dei percorsi della salute mentale. Li ha proposti in questo mese di marzo la Caritas tarvisina, e in particolare l’Area salute mentale seguita da don Mario Vanin.
Incontri, dal primo particolarissimo “Salute mentale e religiosità” (il 1° marzo), al secondo “Salute mentale ed immigrazione” (15 marzo), fino al terzo “Giovani e salute mentale” (22 marzo), che si sono rivolti sia agli operatori, ma anche e soprattutto a tutti gli attori della vita del territorio, ai sacerdoti, agli operatori pastorali, a tutti i cittadini, per cambiare l’approccio verso la malattia mentale, un percorso sul quale occorre fare ancora molta strada.
Sabato 15 marzo, interessante e complesso è stato l’approfondimento che il dott. Marco Mazzetti, medico pediatra, etnopsichiatra che svolge attività nel servizio della Caritas di Roma “Ferite invisibili”, e per molti anni cooperante in Africa, Asia, America Latina, ha condotto, presentando gli effetti del possibile “trauma immigratorio”. Dichiarando che 20 anni fa, quando arrivarono i primi migranti e si fondò l’associazione “Società Italiana di Medicina delle Migrazioni”, questi ultimi venivano analizzati solo da un punto di vista sanitario, trovando che erano persone “sane e solide” (per intraprendere l’avventura migratoria non poteva che essere così!). Oggi, ha affermato, la realtà sociale dell’immigrazione è cambiata, si sono formate famiglie, e dopo più tempo sono riconoscibili gli effetti, negativi e positivi, del trauma migratorio. L’approfondita analisi di Mazzetti ha senza dubbio messo in luce sia i fattori di “resilienza” (saper resistere anche nello stress e trasformare le esperienze negative in punti di forza) degli immigrati, sia i fattori di vulnerabilità. Gli immigrati “reggono in salute psichica e possono avere una buona integrazione sociale” se hanno un buon grado di istruzione e, tra le caratteristiche individuali, “solidità del sé, solidità dell’identità culturale, flessibilità dell’identità culturale, stili di attaccamento efficaci, salute pre-migratoria” ed inoltre se “nel progetto migratorio di pre-migrazione ci sono preparazione, volontarietà, aspettative realistiche, e la realizzazione del progetto nel post-emigrazione”, oltre naturalmente ad un efficace supporto sociale. L’esperienza ha dimostrato che sono diventati soggetti vulnerabili coloro che nelle caratteristiche individuali hanno svelato “fragilità del sé, fragilità dell’identità culturale, rigidità dell’identità culturale, stili di attaccamento deficitari, morbilità pre-migratoria” e un progetto migratorio “assente, migrazione forzata, fallimento o minaccia di fallimento, shock culturale, perdita di status, nostalgia, supporto sociale assente o inadeguato”. Certamente i soggetti più vulnerabili sono i bambini immigrati e non nati nel territorio italiano, perché è evidente che di immigrare non hanno nessuna voglia e non hanno nessun progetto migratorio, mentre prendersi cura di loro e di chi è vulnerabile - afferma Mazzetti -, “nonostante la crisi, è fondamentale, perché avremo cittadini sani, se invece li lasciamo andare alla deriva diventeranno un ulteriore peso sociale…”.
Precisa, anche se purtroppo non molto incoraggiante, è stata la risposta del dott. Favaretto, direttore del dipartimento di salute mentale Ulss 9 di Treviso, rispetto ai servizi del territorio trevigiano offerti alla popolazione migratoria più vulnerabile. Riconoscendo l’ovvia situazione di aumentata fragilità a causa della crisi che oggi lascia molti di loro senza lavoro, non offre dei dati e punta sulle criticità di un servizio sanitario, anche per la salute mentale, rigido, che richiede residenza, famiglia di riferimento, medico fisso, fattori questi difficili oggi da ritrovare nella popolazione migrante. Inoltre, riconosce che in regione Veneto, a parte la mediazione linguistica, poco o nulla si è fatto per queste fasce di popolazione in termini di salute mentale. Se già la gente fatica ad accogliere il nativo sofferente mentale, ben più distanti sono le nostre comunità da chi, straniero, si trova in questa situazione, e spesso la soluzione è il rinvio nel luogo d’origine. Pensare oggi a comunità “inclusive” è arduo, ma un grazie forte va  all’area salute mentale della Caritas Tarvisina che costantemente sensibilizza sul problema in un momento di estremo bisogno.

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