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Cosa ci lascia il Covid

Verso un allentamento delle restrizioni, la fine dello stato di emergenza dal 1° aprile e la quarta dose di vaccino per gli immunodepressi. Il presidente Luca Zaia parla della necessità di una nuova sanità specializzata, con più posti letto e strutture territoriali

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Cosa ci lascia il Covid

La settimana che ha ricordato i due anni orribili dall’inizio della pandemia è oscillata tra la notizia della quarta dose di vaccino per le categorie di persone più fragili, ad iniziare dagli immunodepressi, al via dal 1° marzo, e le tante voci che si alzano per chiedere allentamenti, se non propria la cancellazione di tutte le restrizioni, dato che i contagi sono in forte regressione. Dal 1° aprile, inoltre, diremo addio allo stato di emergenza.

Dopo l’autorizzazione di Aifa e la circolare del ministero della Salute, è toccato al generale Francesco Figliuolo spiegare che il nuovo richiamo di vaccino anti Covid avrà una platea “abbastanza estensiva”. Al momento è esclusa una nuova somministrazione generale a tutta la popolazione, e in ogni caso se ne riparlerà in autunno.

Ma siamo arrivati davvero alla fine della pandemia? I dati più recenti, al momento in cui scriviamo, hanno registrato, il 22 febbraio, 60.029 nuovi casi di Covid-19, 322 decessi, 603.639 tamponi, con un rapporto tamponi-positivi che scende al 9,9 per cento, finalmente, dopo tanti mesi, sotto la soglia della decina.
Una “situazione epidemiologica in deciso miglioramento, ma i numeri restano ancora elevati - scrive il Ministero della salute nel suo sito -. Bisogna mantenere comportamenti prudenti, usare la mascherina in luoghi chiusi e in caso di assembramento e completare il ciclo vaccinale”.

Nessun graduale allentamento delle misure, quindi, per il momento, anche se il Goveno ne sta discutendo. L’unica novità da marzo è lo stop alla quarantena per gli arrivi da Paesi extra-Ue. C’è già, invece, un Paese, il Regno Unito, che ha lanciato un piano per convivere con il virus a cui si potrà guardare per avere più dati per comprenderne l’evoluzione, almeno nel Vecchio continente. Convivenza piena e fase endemica sono i termini più utilizzati.

E’ indubbio che, dopo due anni, da quel 21 febbraio 2020, giorno del primo caso di coronavirus a Vo Euganeo, e dopo 1.303.219 veneti rimasti contagiati dal SarsCov-2, nella popolazione tutta c’è bisogno di un cambiamento sostanziale e di ricucire le tante fratture che questa pandemia ha portato con sé. E’ stato il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, a ripercorrere questi 24 lunghi, faticosissimi mesi, a segnare i punti di una tragedia che nessuno avrebbe mai pensato di dover affrontare.

Con un particolare pensiero a chi ha dato tutto in questo periodo: “Faccio un ringraziamento a tutti quelli che hanno lavorato, a partire da medici, infermieri, operatori socio sanitari e amministrativi degli ospedali. In Veneto parliamo di 54 mila persone. E poi il volontariato in generale, la Protezione civile e i veneti che sono stati grandi e hanno saputo fare questo percorso assieme. Il bilancio è di una tragedia unica nel suo genere, una tragedia che ha coinvolto il mondo intero e che lascia degli strascichi non da poco, come la mortalità, più di 6 milioni di vittime nel mondo”.

Una tragedia che, però, non può lasciare dietro di sé solo morti, polemiche e divisioni. E’ necessario che abbia insegnato qualcosa, in primis alla sanità. “Deve cambiare radicalmente la sanità e il piano di sanità pubblica nazionale - ha sostenuto Luca Zaia -. Il Dm 70 va cambiato: dobbiamo avere più posti letto per abitante, dobbiamo investire nei professionisti, nelle assunzioni e negli stipendi per essere attrattivi, meritocratici, professionalizzanti. La sanità deve cambiare da analogica a sempre più digitale e sempre più orientata sulle intelligenze artificiali. Il che non vuol dire che non avrà i professionisti, la parte umana imprescindibile, ma le nuove tecnologie, a loro servizio, ci permetteranno di curare meglio i pazienti. Ci sarà la telemedicina sempre più aggressiva. Una sanità iperspecialistica, con ospedali che si occuperanno di singole patologie, e che non prevede piccoli ospedali generalisti vicini a casa”.

Imprescindibile, però, il rapporto con il medico di medicina generale e con una nuova sanità territoriale. Con il Pnrr il Veneto si doterà di 30 nuovi ospedali di comunità, strutture-cuscinetto prima del ritorno a casa dopo un intervento, e di 99 case per la comunità, ognuna per un bacino di 50 mila abitanti, che avrà medici di medicina generale, pediatri, ambulatori specialistici, infermieri. E poi strutture più piccoline, denominate “spoke”, ancora più vicine al malato.

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