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Covid 19, mobilità primo fattore

Perché in Lombardia l'impatto del virus è stato di molto superiore rispetto al Veneto? Uno studio, che abbiamo visionato in anteprima, mette a confronto vari indicatori statistici. A incidere, soprattutto, gli spostamenti dei pendolari. Da non trascurare anche le differenze nel sistema sanitario e ospedaliero

Covid 19, mobilità primo fattore

Perché il Veneto si è, parzialmente, “salvato” dall’ondata di Covid-19, pur riportando comunque gravi perdite di vite umane, mentre la Lombardia è stata invece “travolta”? E’ una domanda che tanti si sono fatti in questi mesi, dato che la genesi del coronavirus, nelle due regioni, era stata simile, sia per quanto riguarda la data dei primi casi accertati, sia per quanto riguarda i numeri iniziali.
Spesso questa domanda si è “colorata” di polemiche e strumentalizzazioni politiche, altre volte, in modo del tutto legittimo, si è posta l’attenzione sul diverso assetto dei servizi sanitari. Nessuno, però, aveva tentato una risposta organica e multi-disciplinare. E’ quello che ha fatto un gruppo di medici delle regioni del nord, che si sono avvalsi anche di altre competenze.
Un’esauriente risposta, che porta con sé utili informazioni per affrontare la pandemia anche nei prossimi mesi, è contenuta nell’e-book “Covid-19: da una nuova malattia l’occasione per una nuova medicina”. Nell’articolo in alto a destra viene fornita una presentazione complessiva di questo lavoro, che sta per essere pubblicato e che abbiamo potuto visionare in anteprima. Qui, invece, ci concentriamo sulla domanda iniziale e sulle “differenze” tra Veneto e Lombardia.

Della questione si è occupato particolarmente Bruno Scarpa, docente di Statistica all’università di Padova. In estrema sintesi, i fattori decisivi nel “caso Lombardia” sono tre: densità, mobilità e sanità, cioè l’assetto dei servizi socio-sanitari.
I dati Istat sulla mortalità, relativi ai primi mesi del 2020, fotografano in modo più forte e più preciso quanto è accaduto: nella Lombardia centrale e orientale, soprattutto nelle province di Bergamo e Brescia, la mortalità è aumentata in molti Comuni di oltre il 400 per cento. Anche in Veneto si è registrato un aumento di mortalità, ma in pochissimi casi ha superato il 100%.
Non è un caso che la Lombardia sia la regione più popolosa e densamente abitata. Ma a fare la differenza sono stati soprattutto gli spostamenti delle persone. Secondo Scarpa, infatti, “i dati, anche se non recentissimi, mostrano come in Lombardia, e in alcune zone in particolare, il tasso di mobilità sembra essere mediamente più elevato che in Veneto”.

Nella maggior parte dei centri lombardi, l’indice di mobilità per lavoro (il rapporto tra la somma dei flussi in entrata e in uscita da un comune per motivi di lavoro e la popolazione occupata dello stesso comune) è superiore allo 0,9. In poche parole, risulta con tutta evidenza che i casi di Covid-19 sono stati direttamente proporzionali alla mobilità e in particolare al pendolarismo dei lavoratori, che in Lombardia sono più abituati rispetto ai veneti a prendere i mezzi pubblici. In bus, treni e metropolitane il virus ha iniziato a circolare in modo inizialmente indisturbato, prima della chiusura per il lockdown. Un “avvertimento” anche per questa ripresa autunnale. “Va però detto - precisa il dottor Umberto De Conto, medico di base trevigiano, tra i curatori e autori dell’e-book -, che in questo momento anche nei mezzi di trasporto vengono messe in pratica specifiche misure di contenimento del contagio, a partire dalle mascherine, che sono importantissime”. Invece, secondo il modello statistico usato nello studio, si ipotizza che i primi casi in Italia si siano verificati già ai primi di gennaio, o addirittura prima di Natale. Il virus sarebbe, così, circolato per settimane rispetto ai primi decessi.

Qualche differenza tra Veneto e Lombardia è anche nel tipo di organizzazione sanitaria, anche se i modelli statistici non sono, in questo caso, i più adeguati a confermare tale realtà. Da un lato, la Lombardia ha scelto dopo i primi casi di ospedalizzare il maggior numero di persone, contrariamente al Veneto. “Ma presupponendo una parità di ricoveri - spiega De Conto - in Veneto c’è stato un maggiore ricorso alla terapia intensiva. Al di là del fatto che in Lombardia alcuni ospedali erano arrivati alla saturazione, mediamente il medico veneto considerava fin da subito grave la malattia, mentre in Lombardia c’è stata inizialmente la tendenza a «trattare» i pazienti negli altri reparti, e questa scelta, però ha avuto l’effetto di trasformare gli ospedali lombardi in centri di propagazione della malattia”. Insomma, in Lombardia l’ospedale è stato usato di più, anche per servizi territoriali più carenti, ma complessivamente in modo peggiore.

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