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Dietro all'astensionismo la crisi senza fine del sistema dei partiti

Un’affluenza alle urne pari al 63,91% vuol dire che un elettore su tre non ha votato. E mentre i dati relativi ai leader e ai partiti confermano quell’estrema volatilità delle scelte degli elettori che si verifica almeno da una decina d’anni, l’astensionismo crescente non conosce battute d’arresto, anzi. Nella precedente tornata il calo della partecipazione era stato inferiore ai timori della vigilia, forse mitigato dalla capacità di nuovi soggetti politici di mobilitare nuovi elettori. Stavolta il tonfo è stato pesante e senza ammortizzatori.

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Dietro all'astensionismo la crisi senza fine del sistema dei partiti

I risultati delle elezioni del 25 settembre, insieme alla vittoria inequivocabile di Giorgia Meloni, ci consegnano un dato sulla partecipazione al voto che rappresenta un record negativo assoluto: l’astensionismo è aumentato di ben 9 punti percentuali rispetto al 2018. Un’affluenza alle urne pari al 63,91% vuol dire che un elettore su tre non ha votato. E mentre i dati relativi ai leader e ai partiti confermano quell’estrema volatilità delle scelte degli elettori che si verifica almeno da una decina d’anni, l’astensionismo crescente non conosce battute d’arresto, anzi. Nella precedente tornata il calo della partecipazione era stato inferiore ai timori della vigilia, forse mitigato dalla capacità di nuovi soggetti politici di mobilitare nuovi elettori. Stavolta il tonfo è stato pesante e senza ammortizzatori. In alcune aree del Sud l’astensionismo è arrivato al 50%. Un tempo l’Italia si caratterizzava rispetto ad altri Paesi occidentali per una partecipazione particolarmente elevata. Non è più così.
Le cause di questo fenomeno sono tante e complesse. Non ultima una legge elettorale effettivamente scoraggiante. Ma ai primi posti c’è una crisi grave del sistema dei partiti. Una crisi strutturale che l’emergere discontinuo e provvisorio di leader di vario spessore non è in grado di contenere. C’è di che allarmarsi: una democrazia parlamentare come la nostra ha un bisogno vitale di partiti autentici e radicati nei territori, soggetti in cui i cittadini si associano per determinare con metodo democratico la politica nazionale, come recita la Costituzione. L’esperienza del governo Draghi poteva essere un’occasione per rigenerarsi all’ombra di una maggioranza di eccezionale ampiezza. Occasione persa, purtroppo, e lo dimostra ulteriormente il fatto solo apparentemente paradossale di un presidente del Consiglio dimissionario che ha conservato una popolarità assai larga e maggioritaria e di un’elezione che registra la vittoria netta dell’unico partito che non aveva fatto parte della maggioranza del governo uscente.
Ora la coalizione di centro-destra – o di destra-centro, se si preferisce – con il consenso del 44% dei votanti (circa 12 milioni e 300 mila su quasi 51 milioni di elettori potenziali) ha raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi nei due rami del Parlamento in virtù dei meccanismi della legge elettorale vigente. Ha quindi i titoli per esprimere un governo, ferme restando le procedure previste dalla Costituzione. Ma se è vero che ogni esecutivo ha il dovere di governare anteponendo l’interesse generale a quello dei partiti che lo sostengono, tanto più è vero in questo caso. “E’ il tempo della responsabilità”, ha dichiarato a caldo la leader di Fratelli d’Italia. Su questo possiamo essere tutti d’accordo.

Fonte: Sir
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