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Dino De Poli, all'origine l'impegno in Azione cattolica, poi un grande amore di nome Treviso

E’ davvero complessa la figura di Dino De Poli (1929-2020), morto la scorsa settimana, esponente politico, intellettuale, banchiere, persona dalle molteplici attività, nella vita ecclesiale, nella politica, nel sociale, nella cultura, a partire dalla sua adolescenza e fino ai novant’anni. Il ricordo di uno storico che lo ha conosciuto bene.

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Dino De Poli, all'origine l'impegno in Azione cattolica, poi un grande amore di nome Treviso

E’ davvero complessa la figura di Dino De Poli (1929-2020), morto la scorsa settimana, esponente politico, intellettuale, banchiere, persona dalle molteplici attività, nella vita ecclesiale, nella politica, nel sociale, nella cultura, a partire dalla sua adolescenza e fino ai novant’anni.

Se ne è delineato il profilo complessivo alcuni anni fa, nel 2008, in occasione dell’edizione dei suoi scritti più significativi (“Percorsi spirituali e politici. Scritti scelti 1946-2008”, a cura di I. Sartor) pur con il limite che egli era ancora vivo e operativo nei gangli decisionali trevigiani e non solo.

Per capire la personalità poliedrica di Dino De Poli non è sufficiente soffermarsi sul suo impegno politico, istituzionale o su quello bancario, com’è stato fatto ampiamente sulla stampa dopo la sua morte, ma si deve recedere fino al periodo della sua formazione e dei suoi incarichi nelle organizzazioni cattoliche.

Lì si comprende il pensiero che resterà alla radice di tutta la sua esperienza umana. I suoi primi scritti organici sono del 1946, da diciassettenne. Egli ha compiuto un cammino di oltre settant’anni impegnati nella comunità, in vari settori, anche quelli meno noti, ma non meno rilevanti, come nello sport da dirigente e allenatore di squadre giovanili, o quello culinario nell’Accademia della cucina italiana, o nelle associazioni trivenete degli emigranti nel mondo (Utrim, Ulm, Unaie), solo per citarne alcuni.

 

Il percorso spirituale in Azione cattolica: da Treviso a Roma

Nato da famiglia del sottoproletariato urbano del quartiere trevigiano di San Nicolò, dotato di un’intelligenza non comune e di un’acuta autocoscienza sulle proprie doti intellettuali, imboccò gli studi umanistici al Liceo Classico “A. Canova” di Treviso e nello stesso tempo fu attivissimo nella Gioventù Cattolica Italiana.

Nel ’48 è già dirigente della Giac della sua parrocchia e poi ne diviene presidente; nel ’51 infittisce la presenza al Centro diocesano Giac e da qui conquista, tramite Antonio Mazzarolli, la stima di un grande educatore come don Giuseppe Nebiolo, vice assistente centrale, del quale era ritenuto figlio spirituale. A vent’anni è designato vice delegato diocesano Studenti e poco dopo gli viene affidato l’incarico di delegato. Nel 1951 il presidente della Giac Toni Mazzarolli lo nomina delegato diocesano Juniores coordinatore.

Alla fine del 1952 viene chiamato a Roma dal nuovo presidente centrale Mario Rossi, un giovane rodigino poco conosciuto sul quale puntava il potente Luigi Gedda, l’energico e centralista presidente dell’Azione cattolica italiana e fondatore dei Comitati civici, per far dimenticare il predecessore Carlo Carretto, le cui impostazioni venivano ritenute troppo avanzate e che per questo era stato rimosso con il pretesto del suo atteggiamento di ostilità e d’autonomia nella controversa vicenda della cosiddetta “operazione Sturzo”, il tentativo di realizzare un listone unico per le elezioni amministrative della capitale, fino ai fascisti, per impedire la vittoria delle sinistre.

Rossi volle da subito al suo fianco una vivace schiera di giovani intellettuali cattolici, destinati nei successivi decenni a divenire protagonisti della vita pubblica italiana, politica e intellettuale. La sua presidenza si qualificò per l’attenzione al problema sociale e per la riorganizzazione della Giac più per categorie (studenti, operai, rurali) che per età (juniores, seniores). La “specializzazione” dell’associazione comportava una maggiore formazione psicologica, culturale e sociale degli aderenti e per fare questo occorreva un gruppo dirigente particolarmente qualificato e aperto all’innovazione. Tra i giovani portati a Roma, anche Umberto Eco, che fu stretto collaboratore e vice di De Poli, col quale condivise l’alloggio.

De Poli ricevette l’incarico di vice delegato centrale Studenti. Fu così che a metà degli anni ’50 divenne uno dei protagonisti della stagione di rinnovamento ecclesiale, anticipatrice delle tematiche che poi sarebbero state affrontate dal Concilio.

A Roma De Poli rimase per poco più di un anno, fino ai primi mesi del ’54, quando l’esperienza della nuova gioventù avviata da Rossi si concluse amaramente, per la sfiducia delle alte gerarchie vaticane, influenzate da Gedda. Contrariamente a quanto le gerarchie si aspettavano, la presidenza Rossi si era caratterizzata per la sostanziale continuità con la linea Carretto. Le disparità d’impostazione con la gerarchia cardinalizia poggiavano sulle fonti culturali e teologiche che i giovani intellettuali cattolici del dopoguerra amavano, alimentandosi del pensiero di Maritain, Mounier, Bernanos, Mauriac, Danielou, del cardinale di Parigi Suhard, del vescovo di Lione Alfred Ancel e in genere della “nouvelle théologie” d’Oltralpe.

A Mario Rossi e alla sua cerchia venivano mossi rilievi di confusione tra il piano religioso e quello politico e con ripetuti attacchi esterni li si tacciò di ribellismo, di laicismo, di classismo e nientemeno di antipapismo.

L’acme della “prima grande crisi dell’Azione cattolica italiana” maturò tra la fine dicembre 1953 e la Settimana Santa del 1954. Riguardò l’intera Italia, ma il Veneto era ritenuto dalle gerarchie romane la regione che maggiormente si espose nell’appoggiare la linea del presidente dimissionario, venendo per tale motivo definita come “il covo della resistenza” e additata dal cardinale Adeodato Piazza come “il centro della ribellione”.

In più occasioni De Poli tornò su quell’esperienza con sue riflessioni. Tuttavia, ogni suo argomentare fu sempre sotteso da un senso di fedeltà alla Chiesa e, quindi, di accettazione a posteriori delle decisioni assunte dai vertici gerarchici. La sua costante preoccupazione fu di rimanere nella comunione ecclesiale, non solo dogmatica, dottrinaria, teologica, ma effettiva, di vita condivisa. Così fece anche Toni Mazzarolli, mentre in quella vicenda di prepotenza autoritaria un’intera generazione di giovani cattolici italiani smarrì la fede; basti pensare a Umberto Eco o a Gianni Vattimo.

 

Il percorso politico nella Dc

Allontanati dall’Azione cattolica, diversi giovani scelsero l’impegno politico, aderendo alla Democrazia cristiana, allora un fatto naturale, di contiguità, per cui l’esponente locale Ac era anche iscritto al partito. Lì si ritrovò la “Terza generazione” democristiana: per Treviso, Toni e Leopoldo Mazzarolli, Bepi Marton, Dino De Poli, Toni Manildo e altri, per dare attuazione alle idee precedentemente elaborate.

Trovarono una Dc già rinnovata, dopo il congresso provinciale del novembre 1952, sotto la guida del gruppo della cosiddetta “Mozione” rappresentato da Bruno Marton, Domenico Sartor e Agostino Pavan, ricco di personalità quali Renzo Manildo, Gualtiero Baldoin, Marcello Trevisan, Giulia Favaro, gli aclisti Vittorino Pavan e Armando Ervas, e altri ancora.

Intanto, Dino De Poli si ritrovò a completare il percorso universitario (si laureò in Giurisprudenza nel 1955) con pochi mezzi e Domenico Sartor gli fece assegnare l’insegnamento di Educazione civica nella Scuola agraria serale di Resana.

Si dedicò all’attività nei Gruppi giovanili Dc, all’insegna del tema centrale della laicità della politica, o di altre tesi “aperturiste” tipiche della sinistra democristiana del tempo, osteggiate dalla gerarchia ecclesiale; contro i protagonisti di tali impostazioni strumentalmente definite “filo-comuniste” il vescovo firmò nell’aprile 1955 la lettera pastorale “Scribo vobis juvenes”.

De Poli passò presto anche all’impegno nell’Amministrazione pubblica, come consigliere comunale di Treviso (1956), poi assessore nella Giunta Chiereghin (febbraio 1959-1960) e nella Giunta bicolore Dc-Psdi (1960- 1962). Ebbe le deleghe alla Pubblica istruzione, Cultura, Sport e Turismo e quella dell’innovativo assessorato allo Sviluppo civile. Seguì in prima persona il gemellaggio con la città di Orléans. Memorabile e mai dimenticato è stato poi il suo ruolo d’ideatore del festival della Cucina italiana (1959), in collaborazione con Maffioli e Mazzotti. In Consiglio comunale rimase fino al 1965, ricoprendo anche il ruolo di capogruppo Dc. Nella successiva esperienza di De Poli la concretezza dell’amministrare, appreso negli anni Cinquanta-Sessanta, troverà ripetutamente occasioni d’attuazione.

Non vanno dimenticati poi i ruoli rivestiti negli anni ’60 come commissario straordinario del Liceo artistico di Treviso 1970-1974, la cui istituzione egli sostenne e per il quale ottenne la sede attuale, oppure di consigliere d’amministrazione dell’Università Ca’ Foscari e della Biennale di Venezia (1983-1987).

Uomo della sinistra cattolica, quindi appartenente a un’area ben precisa della Dc, Dino De Poli era convinto che l’unità della Democrazia cristiana fosse la condizione indispensabile per dispiegare l’azione dei cattolici italiani in politica; per questo, egli era considerato un moderato dentro la corrente di Base, nata a livello nazionale nel 1953 (la tesi distintiva della Base era l’assoluta autonomia ideologica e politica della Dc dalla Chiesa). Nella Base nazionale era lui il referente per il Veneto, dal 1959, spesso in associazione con Alberto Steccanella e Carlo Bernini.

La doverosità dell’azione politica sul piano nazionale, capace di trascendere lo scenario locale, appariva un dato culturalmente acquisito per l’intero gruppo della sinistra politica della DC trevigiana e si tradusse in una presenza di più ampio rilievo; i nomi di uomini e donne come De Poli, Tina Anselmi e Bepi Marton comparivano di frequente negli atti dei congressi o dei consigli nazionali del partito. Dino De Poli iniziò a portare la sua voce al podio congressuale di Trento già nell’ottobre ’56 ed entrò poi nel Consiglio nazionale democristiano a partire dal congresso di Napoli del 1962, rimanendovi fino al tramonto del partito.

Erano le tematiche “forti” come le questioni internazionali, l’evoluzione della società dei consumi, la programmazione economica, l’inclusione delle sinistre nell’area democratica, a costituire i motivi delle riflessioni di De Poli e degli altri dirigenti politici degli anni ’60 e 70.

 

Parlamentare Dc

Mancata l’elezione nel ’63, fu eletto alla Camera dei Deputati nel 1968; rimase in Parlamento solo quattro anni. Nel ’72, conclusasi anticipatamente la V legislatura, De Poli cercò la conferma elettorale, senza ottenerla, per le difficili condizioni politiche interne in una Dc trevigiana dominata dai due grandi blocchi doroteo e fanfaniano e per la frammentazione delle sinistre interne.

La sua attività parlamentare era stata di tipo selettivo, intervenendo o presentando progetti di legge su argomenti di rilievo, quali la legge sul divorzio, l’amnistia e indulto, la riforma del Codice di Procedura Penale, la legge sui fitti, l’obiezione di coscienza (fu relatore alla Camera del disegno di legge Marcora).

Da Roma visse la stagione dei timori per la possibile involuzione del sistema politico verso destra, con la formazione di un “blocco d’ordine” che potesse sfociare nella fine dell’esperienza democratica in Italia mediante un colpo di Stato. Erano gli anni della “strategia della tensione”. Una sciagurata combinazione d’iniziative criminali dell’eversione extraparlamentare di destra, con ideazione, complicità e depistaggi da parte degli apparati deviati dello Stato (rami del Sid), stava sconvolgendo il Paese con gli attentati e le note stragi di piazza Fontana, dell’Italicus, di piazza della Loggia, della stazione di Bologna.

Dino De Poli ebbe modo di occuparsi direttamente delle “Trame nere” in veste di avvocato di Guido Lorenzon, il giovane Segretario Dc di Maserada sul Piave che sulla base d’informazioni di prima mano denunciò per primo la pista nera dell’attentato di Piazza Fontana, quando tutte le indagini seguivano invece quella anarchica. Un’importante stagione politica italiana, caratterizzata da vicende oscure tramate conto la democrazia, ha trovato in Treviso uno dei luoghi del suo svolgimento.

Per l’interpretazione di quei fatti, gli scritti di De Poli portano una riflessione particolare, quella dell’estraneità dei cattolici democratici nei tentativi di far involvere lo Stato italiano verso l’autoritarismo e la reazione.

 

Alla guida dell’Ente carta e cellulosa

Terminato il suo ruolo nel Parlamento italiano, dopo una breve parentesi, a De Poli fu affidato un nuovo incarico nazionale, con interessanti possibilità di sviluppi internazionali: la presidenza dell’Ente nazionale per la cellulosa e la carta (1973-1982). Lavorò e investì per far diventare l’Italia, allora Paese trasformatore, un produttore di materia prima, legno e cellulosa. Tra i compiti principali dell’Ente rientrava quello dell’editoria italiana con incombenze delicate, come il sostegno economico da erogare ai giornali, a completamento dei sussidi disposti dallo Stato. 

In Cassa di risparmio

Nominato nel 1986, De Poli si insediò alla Cassa di risparmio della Marca trivigiana nel febbraio 1987 succedendo a Bruno Marton, con propositi di forte discontinuità: nuovo statuto, nuovo Comitato esecutivo, ricambio generalizzato del management, nuovo marchio aziendale “Cassamarca”. Il tutto collegato alle grandi trasformazioni in atto nel sistema creditizio italiano e in particolare all’evoluzione delle Casse di risparmio in S.p.A. e alla contestuale creazione delle Fondazioni bancarie, in applicazione della legge di riforma n. 218/1990.

In quel contesto, il presidente cercò di perseguire la concentrazione delle Casse trivenete in un sistema di solidarietà che consentisse di operare con successo in Europa e nel mondo, avviando per questo sinergie e collaborazioni a ogni livello, ma trovando quelle resistenze localistiche che purtroppo sono tipicamente venete.

I successi economici non mancarono. La ricapitalizzazione dell’Istituto di credito, già nel 1989, risultava raddoppiata rispetto al 1986 e l’espansione dell’intermediazione creditizia fu quasi raddoppiata.

Forte dei risultati, il ruolo di De Poli alla guida dell’istituto si rafforzò nel corso degli anni, anche per il favorevole impatto nell’opinione pubblica prodotto dalla scelta di destinare gli utili d’esercizio a favore della città e del territorio, sostenendo progetti importanti e interventi di grande visibilità, secondo la direttiva fondamentale di privilegiare la natura e la storia, l’arte e le forme aggregative.

 

Iniziative di grande impatto

Molte furono le iniziative di grande impatto civile attuate in tutto il territorio della Marca, non solo nella città capoluogo. Da ricordare la ristrutturazione e messa a disposizione della comunità degli spazi della medievale Casa dei Carraresi, idonea per le grandi mostre d’arte e di storia che De Poli volle realizzare, spaziando dagli impressionisti fino alla civiltà cinese e alla cultura artistica veneta; il restauro della Rotonda di Badoere, i percorsi ciclo-pedonali sulle Restere del Sile, l’Oasi Cervara, il restauro di un considerevole numero di opere d’arte, tele, statue, complessi architettonici sacri, organi liturgici, l’acquisizione e il restauro dei maggiori teatri della provincia, portati a nuova vita con iniziative culturali continuative, lo sviluppo di una politica d’investimenti immobiliari volti alla riqualificazione urbana, lo sviluppo della formazione universitaria (ha riportato l’Università a Treviso, dopo secoli di assenza) e della ricerca.

Tra tanti interventi, vanno ricordati il compendio dell’ex ospedale del San Leonardo, la “Treviso due” all’ex Appiani a Treviso, il recupero del convento di San Francesco a Conegliano, l’acquisto dell’ex convento di San Paolo, l’acquisizione e trasformazione dell’azienda agricola di oltre mille ettari a Ca’ Tron di Roncade, ove ha avviato un centro di ricerca avanzata e di valorizzazione ambientale, sulle cui direttrici ancor oggi si muovono i progetti che la nuova proprietà di Cattolica assicurazioni sta perseguendo nel settore della formazione. Non meno importanti gli Archivi contemporanei di storia politica che il presidente volle avviare nel 2003, per conservare la memoria della società veneta relativamente alla storia del ’900.

L’elenco completo degli interventi finanziati o direttamente organizzati dalla Fondazione durante la presidenza De Poli sarebbe troppo lungo per essere esaurito in questo testo, dovendo estendersi ai grandi eventi espositivi, alle relazioni con le università straniere per la diffusione dell’insegnamento della lingua italiana con le cattedre di italianistica, alle iniziative di recupero dei valori dell’Umanesimo Latino in tutti i continenti, all’amplissima attività editoriale, alle nuove forme di collaborazione con gli emigranti italiani nel mondo.

Come base di tutte queste iniziative stava il privilegio dato alla promozione della crescita culturale nelle persone: un’impostazione che ha trovato conferma nel gravoso impegno di portare l’Università a Treviso per far sì che essa divenisse un “faro verso la società” come lo erano state le università nel medioevo.

In seguito alla divisione tra Banca e Fondazione bancaria, imposta per legge, nel settembre 2000 De Poli abbandonò il ruolo di presidente dell’istituto bancario, per diventare dal 14 dicembre presidente della Fondazione Cassamarca.

Intanto aveva assistito, da “brontosauro della prima repubblica”, come lui stesso si definì, al crollo del sistema politico della cosiddetta “prima repubblica” e alla fine della Dc; non diede la sua adesione a nessuna delle nuove formazioni politiche nelle quali la Dc si frantumò, ma mantenne il dialogo con tutti i loro esponenti.

Anche nella nuova stagione politica, dominata in Treviso e provincia dalla Lega Nord, la funzione politica della presidenza della Fondazione, sempre dialogica a prescindere delle opinioni e dagli schieramenti, ha continuato a svolgere il proprio ruolo, non di rado in funzione suppletiva.

 

La crisi e il futuro della Fondazione

Da quando nel 2008 è intervenuta la crisi finanziaria, dovuta principalmente al venir meno di buona parte dei tradizionali introiti dell’investimento in Unicredit e parallelamente al peso dei debiti contratti per la realizzazione dell’intero complesso architettonico all’ex Appiani la Fondazione Cassamarca ha dovuto sospendere quasi del tutto le erogazioni e i nuovi interventi, per imboccare il percorso obbligato del risanamento, ancora in atto.

Se da qui a breve la Fondazione sarà capace di recuperare un soddisfacente equilibrio di bilancio, senza smantellare quanto realizzato nei decenni a guida De Poli, allora vorrà dire che le ottime scelte compiute avevano una propria logica positiva. E tutto ciò al di là delle banalità di chi giudica (o, peggio, scrive) mettendo in primo piano più l’aneddotica o la favolistica di una “personalità” che si è sì concretizzata in un “personaggio” volitivo e accentratore, ma che ha dimostrato delle capacità di governo non comuni.

Nel 2006 un giornalista, in un’intervista, propose a Dino De Poli un insieme di auto-definizioni: “principe illuminato”, “mecenate” o “padre padrone”. Rispetto ad esse De Poli si schermì. Viene da dire che non fosse una reazione motivata dal senso d’umiltà, costituzionalmente insolita per De Poli, quanto dalla distanza tra le definizioni proposte e l’auto-percezione circa il ruolo da lui esercitato nella realtà trevigiana in parecchi decenni d’impegno. Lo stesso intervistatore poi aggiungeva un’ulteriore quesito: “In tutte le sue attività, Treviso è sempre al centro. E’ un rapporto fortissimo quello che la lega alla città?”. Il presidente rispose: “È un rapporto di amore. L’amore ti porta ad assumerti responsabilità e a pensare al futuro. Chiunque ami la sua città è un po’ sindaco. Io mi do da fare per la mia città”.

 

La città al centro delle azioni

Ed è, infatti, in quella filosofia esistenziale che Dino De Poli ha speso la sua vita pubblica, in coerenza con quanto egli aveva scritto nel 1955, quando spiegava che, anche se partiva per Roma, non avrebbe mai dimenticato Treviso, dove aveva appreso la scala di valori spirituali orientativi; la comunità d’origine sarebbe rimasta come la sorgente che alimenta il fiume e dà nuovo vigore giovanile (“Giovani si diventa”, di sovente ricordava spiritosamente De Poli, in uno dei suoi memorabili aforismi). Quella sorgente era stata proprio “essenziale” per la sua vita e aveva nome Treviso. Vale la pena rileggere integralmente quel brano. Scriveva Dino De Poli, allora giovane: “Si può sbagliare e si può far bene. Dal primo all’ultimo di quegli operai. Il Signore poi non va a vedere se uno era umile socio o dirigente centrale: guarda solo se ha fatto il suo dovere. I santi nascono da questa sorgente, non dal grado. Perché che vale c’è la gerarchia dello spirito, non quella giuridica. Se mai quest’ultima è causa di più grande condanna”, arrivando alla conclusione che qui ci interessa: “Ecco perché non posso dimenticare Treviso; perché ha saputo innestarmi in una scala di valori spirituali [...]. Il torrente della vita scorre sì al mare, ma lo fa soltanto perché alle spalle lo nutre una sorgente. Quel che è veramente essenziale, lo vedete, è solo proprio quella sorgente: per me ha nome Treviso”.

Molto altro ci sarebbe da aggiungere. Questo brano vuol solo essere una simbolica rosa che depongo sulla spoglia bara del maestro e amico Dino De Poli. 

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