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Dipendenti dal gas russo

Nicola Armaroli (Cnr): “La dipendenza dal gas russo per l’Italia è patologica. L’unica alternativa sono le rinnovabili. Sono fluttuanti, ma oggi abbiamo la tecnologia per gestirle. Tra dieci anni l’idrogeno farà da riserva stagionale”

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Dipendenti dal gas russo

Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, oltre alle drammatiche condizioni dei civili ucraini è tornato al centro del dibattito nazionale l’insoluto problema energetico.
La gran parte del gas che alimenta i fornelli delle nostre cucine, scalda le nostre case e illumina le nostre città proviene dalla Russia e, tramite i gasdotti, raggiunge l’Italia dopo aver attraversato anche l’Ucraina.

“La nostra dipendenza è patologica - spiega Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca del Cnr - dipendiamo da esso per il 40 per cento contro una media europea del 25. Abbiamo una dipendenza inferiore solo ai Paesi di produttori di gas, cioè dipendiamo troppo dal gas”.

Sono in molti ad aver individuato nella necessità di continuare a rifornirci di gas la nostra più o meno marcata reticenza ad approvare sanzioni contro il Cremlino: una condizione di debolezza strutturale su cui la politica ha iniziato tardivamente a interrogarsi per comprendere come porvi rimedio.

“La mancanza di una politica energetica di un Paese che fortunatamente ha rinunciato al nucleare, ma poi si è fossilizzato sul gas è sotto gli occhi di tutti: siamo inevitabilmente condannati a essere schiavi di qualcuno - continua Armaroli -. L’unico modo per cambiare fornitore è passare alle rinnovabili che sono gli unici flussi di energia di cui il nostro Paese dispone: finché non decidiamo di farlo non andremo da nessuna parte”.

Il rischio di tornare al carbone e a fonti energetiche non rinnovabili
Una posizione, quella del ricercatore, che però va in parziale controtendenza rispetto a quanto affermato da molti politici ed esperti del settore. Lo stesso presidente del consiglio Mario Draghi, nel corso della sua relazione al Parlamento si è espresso a favore della sostituzione del gas, in caso di necessità, con il carbone e un mix di fonti energetiche, anche non rinnovabili.

“Le vicende di questi giorni dimostrano l'imprudenza di non aver diversificato maggiormente le nostre fonti di energia e i nostri fornitori negli ultimi decenni - ha riferito il Presidente del Consiglio -. In Italia, abbiamo ridotto la produzione di gas da 17 miliardi di metri cubi all'anno nel 2000 a circa 3 miliardi di metri cubi nel 2020 a fronte di un consumo nazionale che è rimasto costante tra i 70 e i 90 miliardi di metri cubi. Dobbiamo procedere spediti sul fronte della diversificazione, per superare quanto prima la nostra vulnerabilità ed evitare il rischio di crisi future”.

“Bisogna cominciare ad agire perché il problema energetico è complesso e ne va del futuro dei nostri figli - chiosa Nicola Armaroli -. Se non ci muoviamo, se l’unica prospettiva è continuare a cercare altro gas, siamo come il tossicodipendente o il dipendente da psicofarmaci a cui il medico propone di assumere una maggior quantità di sostanze invece di ridurne la dipendenza”.

Avviare concretamente la transizione energetica
Non bisognerebbe, insomma, tentare solo di negoziare nuovi contratti di fornitura con Paesi diversi da quelli che furono oltre la Cortina di ferro o nel Nord Africa, o inseguire altre fonti di approvvigionamento come il nucleare per risolvere il problema, ma avviare concretamente una transizione energetica che si possa articolare sulle tecnologie disponibili nel prossimo futuro.

“Le rinnovabili sono fluttuanti sia su base giornaliera che stagionale e quindi hanno bisogno di backup - spiega il chimico del Cnr -. Bisogna, insomma, che le luci si accendano e le industrie funzionino anche quando le fonti rinnovabili non sono al massimo della loro produzione. Ciò che ci si ostina a non capire, però, è che oggi questo è possibile grazie a un sistema elettrico intelligente e alla comunicazione che si ha fra produttori e consumatori: abbiamo sempre più piccoli produttori con produzioni fluttuanti, oggi molto più controllabili di quarant’anni fa. Ci sono gli stoccaggi giornalieri tramite batterie, quelli idroelettrici che non stiamo usando e in prospettiva l’idrogeno che, fra dieci anni, ci farà da riserva stagionale”.

Nel frattempo, la speranza è che dal Cremlino non decidano di serrare il famoso “rubinetto”, lasciandoci a secco di gas: se da un lato questo metterebbe a rischio la nostra economia, dall’altro priverebbe di risorse finanziarie vitali anche l’armata russa. La guerra costa, si sa, e qualcuno deve pur pagarla.

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