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Dispersione scolastica: a rischio il futuro dei ragazzi

Tra l'anno 2018/19 e il passaggio al 2020 oltre 102 mila studenti hanno abbandonato il loro percorso di studi. Riportiamo alcune voci dalle scuole superiori del nostro territorio

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Dispersione scolastica

Secondo i dati più recenti pubblicati dal Ministero dell'Istruzione, nei due cicli scolastici della scuola secondaria nell’anno 2018/2019 e nel passaggio al 2019/2020 sono più di 102 mila i ragazzi che hanno interrotto il loro percorso scolastico e che non risultano più iscritti ad alcun percorso formativo. Sono soprattutto maschi, con un’incidenza maggiore fra gli stranieri. La dispersione riguarda soprattutto le scuole superiori, ma è presente anche alle medie, si amplifica dopo i 16 anni, età dell’obbligo scolastico, però coinvolge anche ragazzi più piccoli, fino a meno di 13 anni.

I dati, tuttavia, ci dicono che in Italia la dispersione scolastica è diminuita molto negli ultimi anni e che il Veneto ha una situazione migliore rispetto a quella nazionale. “In ogni caso - spiega Fabio Tesser, educatore nelle scuole del territorio e nelle parrocchie -, siamo ancora lontani dalle medie europee. Inoltre la pandemia fa capitolo a sé e ha aumentato anche la cosiddetta dispersione scolastica bianca, fenomeno che riguarda tutti quei ragazzi che continuano a frequentare la scuola, ma che non partecipano alle lezioni, non studiano, non si relazionano con compagni e insegnanti e che magari riescono anche a prendere un attestato, ma senza aver acquisito competenze tali da potersi affacciare al mondo del lavoro. Avevamo iniziato ad affrontare il problema negli ultimi anni, poi la pandemia ha fermato tutto. Difficile conteggiare ora i danni, ci siamo ancora dentro, ma saranno enormi, la dispersione scolastica è un percorso di rinuncia ai propri sogni e desideri”.

Concorde anche don Paolo Magoga, direttore del Centro di formazione professionale di Fonte, che racconta: “Per la motivazione degli studenti il Covid, e la conseguente didattica a distanza, sono stati una tempesta Vaia”. Nella scuola infatti, come ha spiegato don Magoga, la dispersione scolastica era quasi inesistente, sotto l’1% dei circa 600 ragazzi iscritti ogni anno: “Essendo una scuola professionale i ragazzi più a rischio abbandono quando arrivano qui vivono una seconda chance, si rimotivano, imparano un mestiere, lavorano nei laboratori, ed è proprio il lavoro manuale che fa da volano al libro. Non potendo frequentare i laboratori alcuni si sono scoraggiati. I nostri numeri rimangono piccoli, anche in periodo Covid non arriveremo al 2%, ma possiamo dire che una buona metà di chi ha lasciato la scuola in questo periodo ha sofferto per le conseguenze della didattica a distanza”. Secondo l’esperienza del direttore, circa il 50% dei ragazzi che abbandonano l’istituto professionale lo fa perché ha già un lavoro, e raramente sotto i 16. In caso di abbandono prima del termine dell’obbligo scolastico, vengono segnalati a Carabinieri e servizi sociali, alcuni hanno situazioni familiari molto difficili, per questo motivo l’obiettivo della scuola è quello di inquadrare i problemi prima che diventino insormontabili, e cercare di affrontarli con i diretti interessati. La scuola lo fa con un servizio psicologico. “Inoltre - conclude don Paolo - il personale è tutto molto attento, cerca di costruire percorsi con i ragazzi coinvolgendo le famiglie. Dopo Natale si controllano le assenze, se qualcuno ne ha già troppe si interviene, per non lasciare indietro nessuno”.

Allo stesso modo si procede anche all’istituto tecnico e professionale Einaudi-Scarpa di Montebelluna: “La scuola deve essere baluardo contro la dispersione - chiarisce Luisa Cortinovis, referente per l’orientamento degli studenti del biennio - che, durante il corso dell’anno, si riesce ad arginare. Se gli studenti vengono a scuola abbiamo un’arma, dopo una bocciatura è molto più difficile”. La professoressa delinea la portata del fenomeno nella sua scuola. Anche qui la didattica a distanza ha fatto le sue “vittime”: “C’è una percentuale di dispersione fisiologica, soprattutto al professionale e nel biennio. Si tratta per la maggior parte di ragazzi di origine straniera, con famiglie che non conoscono la lingua italiana e che non seguono il percorso scolastico dei figli, o li portano con sé al lavoro. Dopo i 16 anni ci sono ragazzi che optano per i patti formativi in ambito lavorativo, o per i centri di formazione professionale, ma molto spesso capita che non ci siano abbastanza posti a disposizione e che i ragazzi rimangano bloccati in un limbo, ci vorrebbe più elasticità da questo punto di vista. Con il Covid, poi, è venuto meno il contatto personale tra alunni e insegnanti, e anche quello tra i ragazzi, e gli anelli più deboli si sono persi, chi non aveva una connessione o spazi adeguati in casa per seguire le lezioni è rimasto isolato. Fortunatamente anche l’anno scorso siamo riusciti a far venire molti in presenza, per i laboratori, così da mantenere una sorta di continuità. Dove questo è mancato, c’è stata molta sofferenza, abbiamo rilevato fragilità, maggiori ansie e anche attacchi di panico nei ragazzi”. La ricetta per migliorare la situazione? “Aprire le scuole, con proposte per il doposcuola e attività che amplino le conoscenze e sviluppino la socialità. Quest’anno abbiamo un’arma in più e sono i Pon, piani operativi nazionali finanziati dal Ministero dell’Istruzione con l’obiettivo di progettare la ripartenza. Fondamentale è anche l’orientamento, con il lockdown anche scegliere la scuola giusta è stato più difficile”.

Anche Tesser condivide la necessità di puntare sull’orientamento delle scelte dei ragazzi e conclude: “Non so cosa uscirà da questi due anni che stiamo ancora vivendo. Dopo le promozioni regalate a causa della pandemia, sono alcuni degli stessi ragazzi a chiedere di ripetere l’anno, la motivazione è calata molto, sono mancati confronto e relazioni. Tutto il lavoro fatto è stato spazzato via. I ragazzi non vedono un futuro per loro, hanno bisogno di adulti che dicano loro che stanno facendo qualcosa di utile. Dobbiamo, inoltre, chiederci dove finiscono gli studenti dispersi, oggi sono tutti ritirati sociali, anche ragazzi che vengono da famiglie più strutturate; se prima erano all’interno di una rete oggi la scuola non può più fare la maggior parte delle cose che faceva prima, e così non si riesce ancora a immaginare una ripartenza. Molti giovani sono presi dal panico di cosa sarà il loro futuro, gli adulti devono ascoltarli, comprenderli, immedesimarsi e presentare delle prospettive concrete e credibili per guidarli”.

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