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E questo sarebbe un fiume!

Anche in un anno di forti precipitazioni il Piave resta in secca. Da Italia Nostra accuse al Consorzio di Bonifica Piave: “Ignorata la Direttiva acque europea”.

Parole chiave: secca (1), piave (49), siccità (21), consorzi di bonifica (8), irrigazione (5)
E questo sarebbe un fiume!

“Incredibile: in un anno di forti precipitazioni, più 124 per cento tra giugno e luglio, abbiamo avuto una devastante secca sul Piave dal 29 giugno al 6 luglio. Sono morti anche gli avannotti appena liberati, i quali sono costati diverse migliaia di euro alla Regione Veneto”.
L’ing. Romeo Scarpa, presidente di Italia Nostra, mantiene un tono pacato, come nel suo stile, ma stavolta ha convocato una conferenza stampa assieme a Lega Ambiente e Piavenire per denunciare un Piave ridotto a canale scolmatore di dighe e di prese di irrigazione.
Le sue sono parole durissime: “Ciò che resta sono solo ghiaie assolate ricoperte di alghe marroni in putrefazione, con stormi di gabbiani in competizione con gruppi organizzati di cornacchie grigie che divoravano migliaia di pesci di taglie diverse a bocca aperta e con la pancia all’aria”. Si appella al Decreto Legge 152/2006, che all’articolo 56 prevede un concetto semplice per garantire la vita del fiume, cioè il “Minimo Deflusso Vitale”. Ricorda che il Piave è inserito nell’elenco delle zone della “Rete Natura 2000” dell’Ue e che è ignorata la Direttiva acque 2000/60 e il Piano di Gestione della Zona di Protezione Speciale “Grave della Piave”.
Presidente Scarpa, ma dove sparisce l’acqua?
Enel e Consorzio Bonifica Piave sono i primi responsabili. Il Piano di protezione “Grave del Piave” aveva triplicato il “minimo deflusso vitale” da 10 mc/sec a 30 mc/sec al passaggio di Nervesa. L’ente di bonifica invece tira dritto. L’Enel poi è al di sopra di tutto e di tutti e l’unico ente con cui dialoga è solo l’ufficio dighe di Venezia. A volte aprono di botto i bacini facendo fuoriuscire dal basso l’acqua e così all’inizio scaricano solo fanghi e rendono l’acqua “irrespirabile” per le branchie dei pesci.
C’è un ente che potrebbe intervenire o, comunque, coordinare tutti i soggetti che operano sul fiume Piave?
Certo che c’è e si chiama Distretto idrografico delle Alpi Orientali. Un ente che non viene finanziato e quindi la sua attività resta sulla carta. Unico ente che ha fondi è il Consorzio di Bonifica Piave. Così, affidiamo il fiume a chi ha lo scopo di soddisfare i propri clienti, ovvero gli agricoltori. Allo stesso modo affidiamo lo scavo del greto ai cavatori, che ovviamente hanno tutto l’interesse a scavare sempre di più. Il Piave è sempre più destinato a esondare o a essere in secca. Continuo a ripetere che è meglio finire al più presto i lavori intrapresi al ponte della Priula, perché il provvisorio ponte tipo Bailey non è certo in grado di resistere a una piena importante.
Il riscaldamento globale, secondo lei, peggiorerà la situazione?
Siamo una regione che, contrariamente alla sua storia, dovrà imparare a razionalizzare l’uso dell’acqua. La fauna più bisognosa d’acqua si sta spostando verso nord, a testimonianza di mutamenti irreversibili. Le falde si abbassano e non possiamo continuare a spingere su colture idrovore come il mais, piuttosto dobbiamo spingere sulla biodiversità, anche salvando la fauna più originale del nostro fiume e dei nostri cieli.
Da dove possiamo ripartire, quindi?
Dobbiamo uscire da questo caos nella gestione delle acque, da queste finte autorità. Cominciamo a dare spazio al Distretto Alpi Orientali e in Regione Veneto al Piano di gestione della zona di protezione speciale “Grave del Piave”. Oppure rassegniamoci a un Piave “carsico”, che scorre qualche metro sotto la ghiaia del suo letto.

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