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E se mancano i medici?

Molti medici stanno per andare in pensione, ma non ci sono abbastanza giovani a sostituirli. Età media alta, tempi lunghi per l’accesso alla professione, mancata programmazione tra le cause di una crisi da non sottovalutare per il nostro sistema sanitario, a cominciare dal turn over dei medici di famiglia. Ma può essere l’occasione per trovare soluzioni nuove
 

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E se mancano i medici?

I primi a lanciare l’allarme, parecchi anni fa, sono stati i vertici della Federazione italiana dei medici di famiglia (Fimmg), il più grande sindacato dei medici “di base”, o di medicina generale, come è più corretto chiamarli. Guardando i conti della propria cassa previdenziale (Enpam) si sono resi conto che entro pochi anni migliaia di colleghi sarebbero andati in pensione, ma anche che non c’erano altrettante giovani leve per rimpiazzarli. Un “sos” che non è stato raccolto, a quanto pare, visto che lo scorso ottobre la stessa sigla sindacale, durante il congresso nazionale, ha rilanciato con forza l’allarme. Entro il 2023 in Italia andranno in pensione 21.700 medici di famiglia che, con l’attuale sistema di assegnazione dei posti, verranno sostituiti solo in un caso su quattro. Il calcolo dice che potrebbero mancarne 16.000. Le regioni con più pensionamenti sono la Lombardia (2.776) e il Veneto (1.600). Sta raggiungendo l’età pensionabile, infatti, una generazione di medici che è entrata nel Sistema sanitario nazionale all’inizio degli anni Ottanta, quando questo fu introdotto. Professionisti che seguono un massimo di 1.500 pazienti, mentre i medici degli enti mutualistici, che governavano in precedenza il sistema dei “medici di base”, potevano avere fino a 3.000 pazienti ciascuno.

Eppure, in Italia i medici non sono pochi. Contando anche gli specialisti che lavorano negli ospedali, siamo secondi solo alla Germania per numero di “camici bianchi” ogni centomila abitanti, ma abbiamo solo 88,9 medici di base ogni 100mila abitanti, contro i 234,8 dell’Irlanda, i 167,4 della Germania e 155,5 della Francia. E c’è un dato di cui tenere conto: i nostri professionisti della salute sono tra i più anziani d’Europa, la metà di loro ha più di 55 anni. Ecco spiegata una delle ragioni della crisi (che non risparmia il settore ospedaliero, di cui ci occuperemo la prossima settimana, ndr). Questa, poi, si sposa con le limitazioni di accesso alle Facoltà universitarie introdotte da diversi anni, con i tempi lunghi di formazione di un medico (6 anni anni per la laurea e 5 per la specializzazione), e con i pochi posti disponibili (non più di 900-1.000 borsisti all’anno in tutta Italia) ai corsi di formazione regionali (tre anni dopo la laurea) introdotti dal 1995 per diventare medici di medicina generale. Se si tiene presente che quelli che vanno in pensione ogni anno sono circa 3.000, il calcolo della “sofferenza” è presto fatto.

Come se ne esce? Con la programmazione, in particolare a livello regionale. Ma questo riguarda il futuro. Per l’immediato sono state proposte diverse “ricette”: più ambulatori “consorziati”, con personale infermieristico o di segreteria a svolgere alcune funzioni, maggiore ricorso, negli ospedali, agli infermieri (che però non abbondano), inserimento di medici stranieri, oppure - almeno per i medici di famiglia - un aumento dei posti nelle scuole post-laurea. (A.C.)

 GORINI (FIMMG): "POSSIAMO ANCORA EVITARE L'EMERGENZA"

“La situazione non è drammatica come la descrive qualcuno, ma comunque è delicata: resta il fatto che a preoccuparsene sono i medici e non chi è deputato a farlo, ovvero le istituzioni, a partire da Ministeri (Salute ed Economia) e Regione!”. E’ un fiume in piena Brunello Gorini, segretario della Federazione medici di famiglia (Fimmg) di Treviso, nel commentare l’allarme sull’imminente carenza di medici. Anche perché alla Fimmg, il sindacato che riunisce il 90% dei medici di base in provincia di Treviso, ne parla da vent’anni. “Abbiamo una cassa previdenziale che fa attente previsioni per essere in grado di pagare le nostre pensioni. Fino al Governo Monti si guardava fino a 30 anni avanti, ora addirittura a 50, facendo calcoli precisi. Nessuna sorpresa dunque: ma se chi deve decidere non ne tiene conto...”.

Oggi un medico di famiglia segue già molti pazienti e se i medici diminuiranno sarà costretto a seguirne ancora di più.

Questo non è il problema. Anzi, l’Italia è l’unico Paese in cui c’è un tetto di 1.500 assistiti (che in realtà poi sono mediamente 1.200, 1.300) per medico: altrove si arriva a 2.000. E’ un numero che permette di incontrare statisticamente un certo numero di patologie ogni anno, per essere in grado di riconoscerle. Il problema è che oggi i medici di famiglia si occupano di faccende che potrebbero benissimo essere seguite da infermieri o assistenti di studio: misurare la pressione, prendere il peso, o altro... Così facendo occupano tempo che intasa le agende. In più, manca una codificazione del rapporto con le strutture ospedaliere, oggi affidata solo alla buona volontà o al rapporto personale dei singoli: e invece tra medici di famiglia e aziende ospedaliere deve esserci una correlazione più stretta e codificata.

A che punto è l’emergenza medici?

Entro una decina d’anni andranno in pensione, in provincia di Treviso, due medici su tre, e questo si sa. Proprio per questo, qualcuno avrebbe dovuto già occuparsene. Una soluzione potrebbe essere sicuramente la medicina di gruppo integrata con personale di segreteria/infermeria comune. Ma siccome questo personale costa, la Regione permette con il contagocce l’apertura di questi ambulatori: nella Ulss 9 di Treviso nessuno è stato aperto nel 2015 e 6 nel 2016, di cui 2 già esistenti sotto forma di Utap. Eppure la sbandierata delibera regionale 751 del 2015 aveva finanziato con 25 milioni di euro all’anno, dal 2015 al 2018, tale progetto. Soldi che servirebbero anche a creare nuovi posti di lavoro, oltre a garantire ai cittadini un servizio medico migliore! Sorge il dubbio che questi soldi, purtroppo, siano soltanto promessi. Temo piuttosto – anche se esco dalla mia stretta competenza – che il problema della carenza dei medici potrebbe nascere per i medici ospedalieri, soprattutto in certe specialità più delicate, nelle quali i medici oggi sono sempre più a rischio denuncia: e per i soldi che prendono, chi glielo fa fare? Bisogna intervenire sulla depenalizzazione dell’atto medico e sulla modifica dell’onere della prova, altrimenti davvero saremo costretti a importare medici stranieri, col rischio – come è successo per esempio con certi studi dentistici stranieri – che vengano qui, facciano un po’ di danni e se ne vadano”.

Torniamo ai medici di famiglia. C’è anche la questione formazione.

Da vent’anni esiste un obbligo di formazione, prima biennale oggi triennale, l’equivalente di una specializzazione. Ogni anno la Regione chiede al ministero un certo numero di tirocinanti: per risparmiare, il Veneto è sceso da 50 a 40, quest’anno addirittura a 25. Grazie alla pressione del sindacato siamo tornati a 50 e per questo non ci sarà la grave emergenza di cui si parla. E’ negativo piuttosto che si siano concentrate queste classi solo su Verona e Padova – magari con la prospettiva di scaricarli alle università – perché era importante per i giovani medici conoscere le strutture (ospedali, distretti sanitari, cliniche varie) nelle quali saranno poi chiamati a prestare il loro servizio di medici di famiglia.

La situazione non è comunque facile. Lei ha indicato la possibile soluzione: crede che la Regione ci arriverà?

Stiamo organizzando una cooperativa che abbia il personale ausiliario di cui abbiamo parlato prima. E’ la soluzione privata che finora la sanità pubblica non ha voluto prendere. (Alessandro Toffoli)

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