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Editoriale: i poveri che arrivano dal mare, una "sana provocazione che ci aiuta a riflettere"

Nella Giornata mondiale dei Poveri, Papa Francesco ci dice che i poveri sono una sfida per la società in generale, ma anche il varco che dobbiamo passare per certificare la sincerità del nostro amore e la consistenza del nostro essere "umani". 

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Editoriale: i poveri che arrivano dal mare, una "sana provocazione che ci aiuta a riflettere"

Papa Francesco, nel suo messaggio per l’odierna Giornata mondiale dei Poveri, scrive che essa vuole essere una “sana provocazione per aiutarci a riflettere sul nostro stile di vita e sulle tante povertà del momento presente”. Ma aggiunge anche che, tale presa di coscienza, deve tradursi in solidarietà, ossia nel “condividere il poco che abbiamo con quanti non hanno nulla, perché nessuno soffra”. Una giornata, dunque, che ci chiede di passare dalla presa di coscienza del problema dei poveri e della povertà (il che sarebbe già molto) alla conversione dei nostri stili di vita affinché in essi diventi “strutturale” l’attenzione e la solidarietà per i poveri. Il Papa, nel portare come esempio la colletta che san Paolo promuove a Corinto per aiutare i poveri della chiesa di Gerusalemme, annota che l’apostolo ha voluto così mettere alla prova la sincerità del loro amore nell’attenzione e premura verso i poveri. 

I poveri, oltre che essere una vera sfida per ogni uomo e per la società, sono anche il varco che dobbiamo passare per certificare la sincerità del nostro amore e la consistenza del nostro essere “umani”. Ignorando questa realtà, le nostre parole e intenzioni possono facilmente diventare vuote e persino menzognere; alla fine illusorie, perché possono tranquillizzare e persino anestetizzare la coscienza di una persona e di una Nazione.

Davanti ai poveri, scrive Francesco, non si può fare retorica, ma si deve invece rimboccarsi le maniche e mettere in pratica la fede attraverso il proprio coinvolgimento diretto, che non può essere delegato a nessuno. Non può esserci posto per l’indifferenza nei confronti dei poveri.

Le guerre e i poveri

Secondo il Papa una delle cause della povertà sono le guerre (come quella in corso in Ucraina) che seminano morte, affamano le persone e spingono tanta gente a migrare per sottrarsi alla miseria e alla morte. 

Da molti anni l’Italia è coinvolta da un ininterrotto esodo via mare di persone che fuggono dai loro Paesi martoriati da guerre e da persecuzioni per motivi religiosi e politici, nella speranza di trovare qualcuno che, mosso dalla compassione e dalla solidarietà, consenta loro di attraversare incolumi il “cimitero” del Mediterraneo senza correre il rischio di essere respinti, e offra ospitalità e possibilità di ricostruirsi una vita minimamente umana. 

Quello dell’accoglienza dei profughi è un problema che, per motivi sociali, politici e ideologici, continua a dividere e a scuotere l’Italia e mette a nudo l’egoismo dell’Europa, la quale, quanto è sollecita nel riversare soldi e armi per soccorrere l’Ucraina, tanto è avara e spesso sorda verso il grido di aiuto che proviene da tante persone disperate che cercano di fuggire dai loro martoriati Paesi. 

Non dobbiamo dimenticare che la violenza e la miseria che spingono tanti sventurati ad attraversare il Mediterraneo sono anche la conseguenza di certe politiche neocolonialiste messe in atto dall’Occidente (ma anche da Cina e Russia) verso il nord Africa e il Medio Oriente, al fine di mettere le mani sulle risorse di gas, di petrolio e, ora, anche di “terre rare”. Per non parlare, poi, dei diversi interventi militari volti a rovesciare alcuni regimi dittatoriali, sospettati di fiancheggiare il terrorismo, facendo così precipitare quei Paesi nel caos e nella guerra civile tra bande e fazioni. Eclatante è il caso della vicina Libia, quando nel 2011 Usa, Francia e Gran Bretagna hanno avviato una guerra per rovesciare il regime Gheddafi; ma anche della Siria e del Libano e, più a Est, dell’Iraq e dell’Afghanistan.

I poveri del Mediterraneo

Nei giorni scorsi siamo rimasti scossi dalla vicenda delle quattro navi di diverse organizzazioni umanitarie (Ong, da alcuni dei nostri politici vergognosamente accusate di complicità con i trafficanti di esseri umani) che hanno soccorso in mare un migliaio di poveri disperati, e chiedevano alle autorità italiane di farli scendere in un porto sicuro. L’amara realtà è che, purtroppo, nessuno li vuole.

Si è, così, ripresentato, ancora una volta, l’increscioso braccio di ferro tra il nostro Governo (che del problema ne fa anche una questione identitaria e ideologica) e l’Unione europea per la destinazione e “ripartizione” dei profughi. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, per evitare una denuncia per sequestro di persona e abuso d’ufficio (come accadde a Matteo Salvini che nel 2019 impedì lo sbarco di migranti dalla nave Open Arms), ha inizialmente escogitato la inquietante soluzione degli “sbarchi selettivi” (ossia, solamente delle persone valutate dai medici deboli e fragili) e del drammatico “respingimento collettivo” in acque internazionali, per tutti gli altri (definiti dal Ministero “carico residuo”), che poi non c’è stato (tutti, alla fine sono stati fatti sbarcare).

Papa Francesco, nell’incontrare i giornalisti durante il ritorno dalla visita in Bahrein, ha detto che i migranti in mare, che prima di imbarcarsi devono sottostare a varie forme di schiavitù, vanno salvati, accolti, promossi e integrati. Ma ha pure aggiunto che l’Unione europea non deve lasciare sola l’Italia, come non può lasciare soli gli altri tre Paesi (Cipro, Grecia e Spagna) che hanno l’onere dell’accoglienza di tutti i migranti che arrivano sulle proprie spiagge.

Una società si misura non dalle sue ricchezze, ma da come sono trattati gli ultimi.

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