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Editoriale: una vittoria annunciata

Il risultato elettorale uscito dalle urne, con la vittoria del centrodestra, era largamente previsto da tutti i sondaggi pre-elettorali. I veri vincitori sono stati Fratelli d'Italia, partito di Meloni, e il grande partito dell'astensionismo, che ha raggiunto la soglia preoccupante del 36%. 

Parole chiave: risultato elettorale (1), elezioni 2022 (20), politiche 2022 (3), commento (17)
Editoriale: una vittoria annunciata

Quella del centrodestra (forse più appropriato dire “destra-centro”) è stata una vittoria elettorale annunciata da tempo dai sondaggi dovuta, soprattutto, al buon risultato ottenuto da Giorgia Meloni di FdI (a scapito, soprattutto, di Lega e FI) e a quello, alquanto modesto, del centrosinistra a trazione Pd.

E’ noto che l’attuale legge elettorale favoriva, nei collegi uninominali, la competizione tra coalizioni. Di fatto, tale competizione non ha avuto storia perché è stato così ampio il divario tra i due principali schieramenti, che il centrodestra ha potuto conquistare la quasi totalità di tali collegi.

Ora ci sarà, da parte delle forze politiche, l’analisi del voto e dei flussi. Questo, di sicuro, modificherà l’equilibrio interno di alcuni partiti, con la possibilità che salti qualche segretario.

Possiamo dire che, alla fine, ci sono stati solamente due veri vincitori: il partito di Meloni, che si accredita un 26%, e quello dell’astensione che, in queste elezioni, ha raggiunto la preoccupante soglia del 36% (circa 18 milioni di elettori sui 51 aventi diritto hanno disertato le urne). Per il resto, tutti gli altri, rispetto alle politiche del 2018, hanno perso consensi o, come il Pd e Azione di Calenda-Renzi, sono rimasti un po’ delusi per aver avuto un risultato al di sotto delle aspettative. 

Un elettorato fluido

Giorgia Meloni in pochi anni è riuscita a passare da un 4% al risultato attuale grazie, certamente, a meriti personali e a una campagna elettorale attenta a rassicurare gli italiani e le Cancellerie europee. Ma anche alla tendenza dell’elettorato che, da un decennio, messa in soffitta la sua proverbiale stabilità, è propenso a premiare partiti o movimenti (con leader che, al momento, sono percepiti come “carismatici”) che, nel panorama un po’ asfittico della politica italiana, ritengono siano portatori di novità e possano imprimere una scossa al sistema. E’ accaduto con il Pd di Matteo Renzi alle europee del 2014 (oltre il 40%), con il M5S alle politiche del 2018 (circa 33%), con la Lega di Matteo Salvini alle Europee del 2019 (34%). E’ noto a tutti che l’entusiasmo per così tanti voti è durato poco e ben presto, tali partiti, hanno visto scendere il consenso a cifre più ragionevoli oppure, come nel caso di Salvini, hanno subito un tracollo persino nelle aree più leghiste del Nord Italia, nelle quali FdI è riuscito persino a doppiare la Lega. Ora l’elettorato ha dato fiducia alla Meloni ma, nei cinque anni in cui è chiamata con gli alleati a governare il Paese, anche per lei il vento potrebbe facilmente cambiare.

Riteniamo che la disaffezione degli italiani per “questa” politica, insieme alla ricerca continua di qualcuno che li possa rappresentare, sia ben raffigurata proprio da tali scelte emotive e ondivaghe e, come un po’ in tutta Europa, dal forte astensionismo.

Le delusioni di Letta

Come avevamo già scritto, riteniamo che Enrico Letta abbia commesso almeno due errori o ingenuità. Quello strategico di aver escluso categoricamente qualunque accordo, anche solo elettorale, con Giuseppe Conte (reo di aver provocato la crisi del Governo), precludendo così la possibilità al centrosinistra di competere effettivamente con il centrodestra. E poi di aver condotto una campagna elettorale incentrata prevalentemente sulla difesa della “agenda Draghi” (mentre gli elettori hanno premiato i partiti che l’hanno affossata) e contro la Meloni, paventando il rischio di derive fasciste, autoritarie e sovraniste, sperando in questo modo (illuso dai sondaggi) di strappare a FdI lo scettro di primo partito. Gli è andata male perché, come dice con la sua solita irruenza Massimo Cacciari, con questo sistema elettorale che premia la coalizione, il centrosinistra è andato a giocare a briscola con le regole dello scopone e, inevitabilmente, ha perso.

E così Letta, correndo quasi da solo, si è ritrovato con Conte che gli ha eroso voti a sinistra e Calenda-Renzi a destra, costringendolo a un deludente 19% (all’incirca come alle politiche del 2018). Se era tanto preoccupato della vittoria di una destra post fascista, non riusciamo a capire come mai non abbia messo da parte ogni remora e/o risentimento e cercato di convincere tutti gli altri partiti a far parte di un unico campo elettorale “largo”, come del resto aveva a lungo teorizzato e, a volte, sperimentato, con importanti successi alle Comunali. Per questo riteniamo che sia inappropriato addebitare esclusivamente a Conte la vittoria del centrodestra.

Ora il Pd in primavera andrà a Congresso, nel quale emergeranno, come sempre, le divisioni tra le correnti e dove non mancheranno candidati pronti a prendere il posto che Letta ha già deciso di lasciare libero e a riallacciare nuovi rapporti con Conte. Il Pd si conferma così un partito in continua ricerca di identità, progetto politico e leadership: dal 2007, anno di fondazione (o della mal riuscita fusione tra Ds e Margherita), ha “divorato” ben sette segretari e due reggenti!

Il riscatto di Conte

Dopo la strepitosa vittoria alle Politiche del 2018, i 5S hanno visto diminuire progressivamente i consensi e aumentare l’abbandono da parte di molti parlamentari, fino a raggiungere, stando ai sondaggi, percentuali al di sotto del 10%. Addirittura, c’è stato un momento nel quale venivano dati quasi per spacciati e Conte un po’ commiserato. Bisogna riconoscere il merito al camaleontico “avvocato del popolo”, di essere stato capace di sopravvivere a ogni possibile rovescio e di aver saputo impostare, con intelligenza e grande empatia, una campagna elettorale incentrata su contenuti forti e appetibili, forse anche un po’ demagogici e populisti, facendo leva, in particolare, su reddito di cittadinanza, promesse mirabolanti e sulla sindrome da accerchiamento che, soprattutto al Sud, gli hanno fatto risalire la china fino a raggiungere un ragguardevole 15%. Di sicuro, l’essersi sganciato dal Governo e dall’abbraccio del Pd gli è servito per ricompattare l’elettorato più fedele e sensibile ai temi tipici del M5S.

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